Funambole

di Martina Guerrini

FunamboleFunambole è la prima opera di Isabel Farah.
E’ un libro che immagina sedici donne della mitologia, in uno scenario spesso urbano e contemporaneo, che potrebbero perfettamente adattarsi ad una traduzione teatrale.
Una narrazione piena di rabbia e di amore per le donne e gli uomini, fortemente autobiografica ma di voce collettiva. Un testo coinvolgente, forte, a tratti duro ma alla ricerca costante di una via d’uscita dalle oppressioni che ci incatenano.

Antigone e le altre voci insorgenti

Scrivere del primo lavoro di un’autrice, un’amica e una compagna che conosco da tempo, rappresenta un piacere inedito per chi, come me, si dedica alla ricerca storica e filosofica, ma è del resto molto vicino alla prospettiva ideale che vede la poesia come prosa dell’azione politica. Esiste metodo migliore per sottrarsi alla codificazione linguistica del potere?

Medea, libertà non significa essere libere di spostarci nello spazio, significa non credere più agli altri. Non restare impigliata nei pensieri degli altri.

Ho scelto di iniziare da questa prospettiva rovesciata della libertà, ritenendola la migliore delle rivoluzioni di senso che le donne, e gli uomini, possono regalarsi per uscire da ruoli di oppressione, spesso altrettanto oppressivi e frustranti, ma forti di un dualismo che li riproduce e rafforza nel gioco luttuosamente infelice delle relazioni di potere e autorità.

Cosa significa per una donna “non restare impigliata nei pensieri degli altri”? In fondo, cominciare una qualsiasi storia in un altrove significa dribblare i colpi del triste e fallimentare realismo, saldamente ancorato a terra tanto da strisciare. Queste sedici figure tragiche e ironiche, distaccate, percorse e scosse dalla realtà sono umane, conosciute, interpretate dalla cattiva attrice che ciascuna di noi si è trovata ad impersonare nella vita.

La tensione, che attraversa la vita scissa e mediata dal potere maschile, ci impedisce il desiderare di pensare un impensato altrui e contemporaneamente ci obbliga a pensarci essenziali per il pensato e agito dominante. Medea sa bene che la rete nella quale cade e s’impiglia è la stessa, fuori dalla sua cella, che la trasfigura:

Se l’uomo che ami ti fa sentire brutta, il suo pensiero diventa realtà (…) Mi viene in mente la terribile sensazione di diventare la proiezione di me, lui (Giasone) il regista e il cameraman.

Medea tra le ultime e gli ultimi, i rifiutati e le eccessive sta bene.
Sa che tutte le oppressioni sono intrecciate, ama le mani sporche dei delitti efferati ma ne odia gli errori, distingue l’oppressa dall’oppressore.
È persino dolce quell’umanità scacciata, perché è lei stessa a rifiutare la galera, là fuori. Non è ancora libera, tuttavia, restando nella più desiderabile delle celle.
La strada verso la liberazione è piena di cadute.

Tra i racconti che trascendono la mitologia, gli uomini sembrano rappresentare quanto Christa Wolf sosteneva a proposito dell’insensibilità: essa “non è mai un progresso, difficilmente è un aiuto”.
Lo stereotipo maschile del capo, del militare, del militante abituato a non piegarsi mai è lo stesso che Raoul Vaneigem, con la sua nota causticità, attribuiva all’assenza di godimento di vivere, alla morale da “gruppi d’assalto del conformismo”: uomini del “piacere-angoscia, dell’incompiuto, della mutilazione”, uomini della “sopravvivenza”, non della vita.
Ed è lecito chiedersi quanta felicità viene risparmiata in un’economia dell’esistenza tanto alienata.
Le donne di Funambole, al contrario, iniziano a rifiutare le catene della religione dei padri:

Io che correvo libera dall’idea di dio: ho scoperto dio quando le mie visioni dettate dal rancore hanno inventato la vergogna per il mio corpo sporco (…) Io che camminavo libera dall’idea di patria, adesso ho scoperto la patria inventandomi occhi cattivi addosso.

Antigone è la mia preferita, lo ammetto.
Se Medea è la saggezza femminile di “Andare ai resti”[1], Antigone è deleuziana[2] fino al midollo, anche se probabilmente non lo immagina.
Mi piace pensarla così, mentre dissacra ironicamente il mito, senza sapere quanti altri ne fa crollare simultaneamente…
Se fino ad ora le funambole si erano spinte sul filo del rasoio patriarcale, Antigone promuove una personale battaglia contro i legami di parentela.
Scioccherà non poco le madri tutelari del mito questa donna così contemporanea e stufa della triade mamma-papà-io, capace di affinare le armi della parola contro ciò che Artaud definiva “il sistema di questo mondo malignamente sostenuto dalla più cupa organizzazione”!
Il linguaggio – nell’epoca in cui tutte si dicono esperte comunicatrici – è il luogo in cui si combatte la guerra simbolica per la ricostruzione di un nuovo inconscio, libero da costrizioni ed oppressioni, innamorato appassionatamente del profumo della libertà.

Esiste una comunicazione silenziosa. Gli amanti la conoscono perfettamente (…) Le parole e i segni sono dati in sovrappiù, come un lusso, un’esuberanza (…).
Per i gruppi radicali che sapranno elevarsi alla più alta coerenza teorica e vissuta, le parole giungeranno talvolta al privilegio di giocare e di fare l’amore.
Identità dell’erotico e della comunicazione[3].

 

Isabel Farah, Funambole, Marco Del Bucchia editore, 2012

 

Martina Guerrini, apprendista libera pensatrice.

 

[1] E. Quadrelli, Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni settanta, Roma, DeriveApprodi, 2006, pp.212-247.

[2] G. Deleuze, F. Guattari, L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Torino, Einaudi, 2002, p. 136.

[3] R. Vaneigem, Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni, Roma, Castelvecchi, 2006, p. 114.

 

 

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