Di fronte al Fronte

«Chi le sa, anche adesso, tutte le piccole, innumerevoli storie, una in ogni anima dei milioni e milioni d’uomini di fronte gli uni agli altri per uccidersi?»
(L. Pirandello, “Berecche e la guerra”, 1914)

di emmerre

Di fronte al FronteNon è soltanto divertente leggere e capire cosa c’è dietro un nome; si tratta di scelte mai casuali e, dietro di esse, affiora comunque il contesto sociale e culturale del momento. Ciò avvenne anche durante la Grande guerra, o meglio la Guerra grande, come suggerisce lo storico Gibelli: grande per estensione, durata e costo umano, nonché per l’impatto devastante che produsse nella vita delle persone e anche delle più piccole comunità.

Scelte che non solo avevano un significato nel momento in cui venivano fatte, mentre era in corso il conflitto, ma pure destinate a proiettarsi nell’avvenire.
Anche in Toscana, ai propri figli e alle proprie figlie, furono dati non soltanto nomi d’ispirazione patriottica, ma anche altri che testimoniavano il rifiuto della guerra. Furono soprattutto cognomi di figure del socialismo anti-interventista (Adler, Jaures, Treves, Misiano…) a trasformarsi in nome propri, così come era avvenuto in precedenza col nome Cafiero ispirato al famoso anarchico.

Qualcuno chiamò persino il figlio Zimmervaldo, con riferimento alla nota conferenza internazionale socialista del 1914, ma forse il nome più emblematico fu la crasi Fronteno, ossia: Fronte-no.
E alle parole corrisposero comportamenti coerenti: renitenza, diserzione, rivolta furono fenomeni che in alcune zone della Toscana, soprattutto rurali, assunsero dimensioni collettive di massa.
In tutta la regione: dal monte Morello alla foresta di Tatti, dalle cave apuane alle grotte del Castellaccio, gruppi di giovani che non volevano indossare la divisa grigioverde si davano alla macchia, potendo contare sulla complicità di compaesani, parenti, fidanzate e compagni d’ideali, fossero socialisti od anarchici.
E, contemporaneamente, in numerose località, talvolta più borghi che paesi, s’accendevano violente ribellioni di donne contro la penuria alimentare che si sommava alla miseria causata dal forzato invio a combattere di figli, mariti, fratelli, padri irrisoriamente pagati 50 centesimi al giorno come carne da macello.

Ancora una volta, infatti, le campagne si dimostrarono attraversate da contraddizioni, pulsioni e sommovimenti più forti che nelle città dove l’ordine era assicurato dalla politica e nelle fabbriche rigidamente sottoposte alla disciplina militare.
Queste realtà “minori” hanno trovato lo spazio e l’attenzione che meritano nel saggio curato da Alberto Ciampi e Francesco Fusi, Di fronte al Fronte, dove si può leggere non solo dell’opposizione propagandata e messa in atto da quanti da sempre erano contrari alla guerra e al militarismo, ma anche del dissenso popolare e del protagonismo delle donne insorte a S. Casciano, Greve, Tavarnelle, Bagno a Ripoli, Montespertoli, Santa Croce, San Miniato, Scandicci, Castelfiorentino, Galluzzo, Fiesole, Pian de’ Giullari… più che sufficienti a scardinare i luoghi comuni sulla secolare sopportazione contadina, ma anche quelli sulla tradizionale subalternità di genere.

Anche nel meridione così come in Lombardia e in Piemonte, altre migliaia di donne – contadine ed operaie – dimostrarono analoga determinazione; il socialista riformista Turati, spaventato e incapace di comprendere tanta rabbia, ebbe a definirle “furie”, esattamente come sarebbero state additate dalla stampa borghese le donne empolesi che presero parte ai tragici moti antifascisti del 1921, subendo condanne terribili.

Se, al momento dell’entrata dell’Italia nel conflitto mondiale, i prefetti nel segnalare, nei loro rapporti al governo, come i lavoratori della terra ignorassero gli “interessi superiori” e “il senso dei grandi ideali della Patria”, concependo piuttosto la guerra “come un malanno”, ritenevano comunque che sarebbe prevalsa l’abituale rassegnazione. Tale atteggiamento, misto alla speranza in una prossima conclusione, peraltro non equivocabile come consenso, indubbiamente risultò molto diffuso pure nelle campagne toscane, così come testimonia anche la corrispondenza di un giovane di Fucecchio ripresa da Cinzia Giuntoli nel suo recente Un treno per la luna, ma si trattò di uno stato d’animo tutt’altro che statico. Dalla rassegnazione e dall’impotenza al rancore e all’estraneità il passo fu infatti breve: una volta avuta la diretta conferma che quella era una guerra pagata dai soliti poveri cristi per gli interessi di pochi signori, era possibile maturare rotture ed opzioni radicali non solo per salvare la pelle, ma anche rifiutando l’idea di assassinare altri senza-potere, mescolando fraternità cristiana e fratellanza proletaria.

Anche nelle lettere pubblicate in appendice, scritte da due contadini in divisa, non si trovano tracce di odio per il “nemico” ma continui richiami alla vita, seppur povera, a cui erano stati strappati e l’angoscia per le difficoltà sopportate dai familiari rimasti a casa e per quanti stavano per ricevere la temuta cartolina del regio esercito.
Come sento caro fratello – scrive l’artigliere Tito Pagliai – siamo in brutta condizione se la tua partenza è prossima […] ti compatisco dopo aver lottato tanto con il lavoro e guardare se si poteva arrivare alla fine di questa infame guerra”.

Infame guerra, appunto: adeguata didascalia per un centenario senza pace.

 

Alberto Ciampi, Francesco Fusi (a cura di), Di fronte al Fronte. Val di Pesa e Prima guerra mondiale. Frammenti, Centro Studi Storici della Valdipesa (CSSVP), Firenze, 2015, 205 pp. con foto, 18,00 euro.
Per contatti e richieste: alanark-@tiscali.it 

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Un Commento

  1. Grazie Marco, che trovi sempre maniera per aggiungere, un abbraccio, alberto

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