Una ragazza nichilista

«Prima di tutto il nichilista dichiarò guerra a fondo contro tutte le “menzogne convenzionali della civiltà” […] Il matrimonio senza amore e la familiarità senza amicizia erano ripudiati. [Il nichilista] desiderava trovare nella donna una compagna, con una propria personalità – non una bambola o una “ragazza di mussola” – e rifiutava assolutamente di compiere quelle piccole smancerie che gli uomini tributano a quelle che tanto si compiacciono di considerare il “sesso debole”» P. A. Kropotkin

di Martina Guerrini

una ragazza nichilistaVera Baranzova è una ragazza nichilista. Cresciuta nella Russia dell’Ottocento, rappresenta l’ideale percorso di emancipazione femminile nel romanzo di Sof’ja Kovalevskaja, illustre matematica ancora semi-sconosciuta nell’odierna Europa patriarcale. Appartenente alla classe nobiliare russa – suo padre era generale – Sof’ja crescerà in una famiglia della quale rifiuterà ben presto convenzioni e ipocrisie, formandosi nel movimento intellettuale del nascente femminismo liberale russo, e divenendo ben presto donna di genio, stimata e ammirata da Fëdor Dostoevskij, George Eliot e Charles Darwin.

Vera e Sof’ja, due nomi e un volto autobiografico.

Il romanzo – agile alla lettura e coinvolgente – narra l’incontro tra una intellettuale affermata, di vaga ispirazione femminista, e Vera, una giovane ragazza appena giunta a S. Pietroburgo dalla provincia.
L’incontro, che non sarà casuale ma ricercato dalla giovane donna, aprirà lo spazio narrativo nel quale Vera racconterà la sua storia, dall’infanzia nella tenuta nobiliare dei principi Baranzov, nobili decaduti ma protetti dallo zar, alla sua dipartita verso la capitale.

«Tutti i Baranzov erano di bell’aspetto. Non ci poteva essere fra loro un malfatto o uno storpio, ma neppure un bruttarello.»

Nonostante una buona stella protegga la “darwinisticamente selezionata” famiglia Baranzov, il proclama imperiale del 1861 – che metteva fine al servaggio contadino – sancirà la fine della fortuna della famiglia, e la piena consapevolezza di Vera di appartenere ad una comunità di sfruttatori.
Il declino economico dei Baranzov sarà anche un declino morale, e l’esigenza crescente di recuperare denaro e mantenere un alto tenore di vita diverranno, in un crescendo parossistico, l’unica legge delle relazioni umane e affettive.

Nella descrizione della parabola tragica dei Baranzov sono espressi molti elementi tipici del nichilismo russo: la rottura padri-figli (e madri-figlie), la critica radicale alla famiglia considerata come nucleo di asservimento intellettuale e morale delle giovani donne, la necessità di interrompere il triste destino delle figlie della nobiltà secondo il percorso obbligato “corteggiamento-matrimonio-anni di deludente noia”. Sebbene l’autrice non sia riuscita efficacemente ad elevare temi così complessi da una narrazione a tratti eccessivamente ingenua, quel che sembra tuttavia interrompere le implicite potenzialità del racconto è l’epilogo un po’ frustrante. Vera infatti sceglierà di accompagnare in Siberia un rivoluzionario ebreo, condannato a vent’anni di reclusione in una fortezza (ovvero condannato a morte), scegliendo di sposarlo e abbracciando, attraverso lui, la causa rivoluzionaria. Vi è in questo l’eco profonda dei rivoltosi decabristi del 1825, accompagnati nel medesimo destino dalle proprie compagne aristocratiche.

La pratica del matrimonio fittizio, alla quale la stessa Sof’ja Kovalevskaja ricorrerà (sposerà Vladimir Kovalevskij, che la introdurrà nell’ambiente “nichilista” della capitale), era lo stratagemma usato dalle nichiliste per ottenere il passaporto necessario per viaggiare all’interno dell’Impero e all’estero, attraverso un legame che vincolava i coniugi solo in vista della “liberazione” della giovane ragazza dalla famiglia di origine: si parlerà, infatti e non a caso, di “fratelli che liberano sorelle”. Una volta sposate, le ragazze potevano recarsi all’estero per conseguire gli studi, poiché in Russia l’istruzione superiore era negata alle donne (divenendo motivo di aspre battaglie da parte del femminismo russo).

Sof’ja Kovalevskaja è stata in effetti la tipica nichilista non-pétroleuse; il suo percorso biografico non prevedeva alcun sacrificio per la liberazione del popolo russo, mentre era al contrario totalmente rivolto all’affrancamento dagli impedimenti sociali alla propria carriera accademica. Molte nichiliste, al contrario, pagarono a caro prezzo la spinta all’emancipazione in patria – con carcere, esilio, lavori forzati – giungendo ad una radicalizzazione politica tale da rendere irreversibile la scelta di abbattere lo zarismo e ogni diseguaglianza sociale con tutti i mezzi necessari.
È perciò quanto meno insolito che l’autrice mostri una giovane nichilista incapace di scorgere altre strade dall’accettazione passiva del destino maschile, riproponendo in questo modo una dicotomia passivo(femminile)/attivo (maschile) che le nichiliste avevano interrotto e duramente criticato. Si pensi a tal proposito che la giovane Sof’ja Perovskaja, celebre per aver organizzato militarmente l’attentato contro lo zar Alessandro II, era piuttosto recalcitrante a condividere salotti di discussione e letture con uomini, convinta che le nichiliste non avessero bisogno di relazionarsi con chi non aveva più, in effetti, il monopolio dell’intelletto. Tuttavia, sarà proprio grazie alla difesa di questa sfera di autonomia, conquistata a caro prezzo, che le nichiliste giungeranno a lottare, fianco a fianco, da pari a pari, con i rivoluzionari più determinati dell’Ottocento. Una scelta dettata da consapevolezza e autodeterminazione tali da imporre un vero e proprio ribaltamento nella relazione tra i sessi.

 

Sof’ja Kovalevskaja, Una ragazza nichilista, Asterios editore, 2005

 

 

Martina Guerrini, apprendista libera pensatrice.

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