Le scimmie

«Scimmie, scimmioni, stupidi, vili e innocenti, con l’innocenza di una baldracca di dieci anni. Così stupidi da non rendersi conto che i prigionieri erano loro e nessun altro, compresi le madri, i figli, e i padri dei loro padri. Sapevano di essere fatti per vigilare, spiare e guardarsi intorno, in modo che nessuno potesse sfuggirgli di mano, né da quella città né da quelle strade con le sbarre, da queste sbarre moltiplicate dappertutto…»

 

le_scimmieÈ un cupo senso d’oppressione quel che si respira tra le pagine de Le scimmie uno dei racconti più noti dello scrittore messicano José Revueltas (1914-76).
Leggere queste pagine tutte d’un colpo precipita il lettore in una vertigine e genera un senso di soffocamento, poiché nell’universo carcerario di Revueltas, privati della libertà e della dignità umana, anche respirare è fuori luogo.

Tre detenuti, tre campioni di un’umanità alla deriva, s’imbarcano nella folle impresa di farsi recapitare della droga mentre si trovano in isolamento, contando sulla complicità delle compagne e della madre di uno di loro. Mentre il disperato piano prende forma e si realizza, affiorano le vite sgangherate dei personaggi, ciascuno con le proprie miserie, mostrando la trama sottile di un’umanità disgraziata, senza molte alternative e avvolta da una spessa coltre di solitudine.

In quest’inferno anche le “scimmie”, i secondini, partecipano, sebbene del tutto inconsapevolmente, dello stesso senso di angoscia e miseria. Anch’esse, come i prigionieri, sono vittime dell’ingranaggio in cui sono prese, anche loro sono in gabbia, né più e né meno dei carcerati a cui stanno di guardia. Ed infine, perfino le loro vite, esattamente come quelle dei detenuti, sono altamente sacrificabili al momento opportuno.

Revueltas conosceva per esperienza diretta il carcere, dal riformatorio fino al carcere di massima sicurezza di Lecumberri dove ambienta questo racconto, ed attraverso Albino, Polonio e il Coglione, il suo sguardo si muove dal basso, senza far leva su bieco pietismo, ci mostra un universo spietato e servendosi di un linguaggio letterario intenso e profondo crea dei personaggi più autentici e verosimili della realtà stessa.

Diceva Cortázar che il racconto, al contrario del romanzo, è un universo chiuso, un mondo che deve bastare a se stesso in cui – per essere davvero ben riuscito – tutti gli ingranaggi devono funzionare come un orologio. Questa teoria non può che trovare riscontro tra le pagine di questo racconto dove, attraverso un meccanismo perfetto, Revueltas descrive

«la cieca disperazione di chi perde ogni connotazione umana quando viene trasformato in animale in cattività, ridotto dietro le sbarre, anche simboliche, di una carcerazione imposta da una società contro la quale dopo il 1968 si stava ribellando quella gioventù alla quale Revueltas ha deciso ormai di rivolgersi» (Alessandra Riccio, “L’indemoniato. Profilo bio-bibliografico di José Revueltas”)

In effetti Revueltas molto si è battuto anche per quelle sbarre “metaforiche” che aleggiavano sul Partito Comunista Messicano e non solo. Sbarre fatte di diktat, di linee da seguire, di autoritarismo ed impossibilità di esprimere dissenso. Di fatto pagherà più volte col carcere la sua volontà di “mettere in guardia il Partito, la sinistra, i suo contemporanei dal rischio che il Novecento possa essere ricordato più per i processi di Mosca che per la rivoluzione di Ottobre” (Alessandra Riccio, “L’indemoniato. Profilo bio-bibliografico di José Revueltas”).

Di certo non un racconto che si chiude a cuor leggero o una storia che si dimentica facilmente, anche perché la scena finale è talmente brutale e così fortemente cinematografica da restare impressa per lungo tempo, tanto nella mente quanto negli occhi del lettore.

 

José Revueltas, Le scimmie, traduzione e curatela di Alessandra Riccio, collana “littleSUR”, Edizioni SUR, 2015

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