Ribelli in paradiso

«Attenzione! Alta tensione! Non vi avvicinate troppo allo scranno del giudice in America!
L’ordine, negli Stati Uniti, viene deciso sul libro mastro dei petrolieri.»

(Erich Mühsam. “Requiem per Sacco e Vanzetti”)

paul avrichdi emmerre

La storia degli Stati Uniti d’America resta segnata da violenze legali la cui ombra incombe sul mito liberale che è stato costruito attorno ad essa; lo spettacolo offerto dai crimini polizieschi e dai militari nelle strade per reprimere riot o proteste civili appartiene peraltro al presente, azzerando le illusioni di quanti credevano che il diverso colore dell’epidermide dell’inquilino della Casa Bianca garantisse l’avvento di un liberismo dal volto umano.
Dovrebbe essere ormai chiaro che qualunque potere non è in grado di voltare pagina rispetto i rapporti sociali, se non nelle apparenze della politica, eppure resiste ancora un’immagine degli Stati Uniti, se non paradisiaca, quanto meno positiva di società aperta e ricca di opportunità per tutti.

Anche dietro l’immagine sorridente, moderna e scanzonata offerta negli anni Cinquanta e Sessanta, vi erano le terribili guerre in Corea e Vietnam; il “maccartismo” con la persecuzione poliziesca di migliaia di sindacalisti e dissidenti politici, culminata con la condanna alla sedia elettrica per i coniugi comunisti Ethel e Julius Rosenberg; così come il razzismo mai guarito nei confronti di ogni minoranza: nativi americani, neri figli dello schiavismo, migranti europei, orientali, ispanici, arabi.

Non potendo fare i conti con tali perduranti contraddizioni, negli ultimi decenni, si è ripetutamente provato a cancellare uno dei capitoli che più hanno inficiato la democrazia statunitense, attraverso diverse revisioni processuali e riabilitazioni ufficiali di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, uccisi sulla sedia elettrica nel 1927, nonostante una campagna internazionale di solidarietà che, probabilmente, risulta a tutt’oggi unica per durata, estensione e intensità.

Se c’è chi ha cercato di analizzare la criminalizzazione e la spietata condanna dei due italiani, valutando l’intersezione delle loro diverse “colpe” (essere proletari, immigrati, anarchici), rimane comunque il tragico epilogo e la responsabilità assunta dallo Stato nel determinare il loro assassinio; come ha scritto nella prefazione Antonio Senta, attento curatore e traduttore del lavoro di Paul Avrich, dalle autorità “l’italiano è visto come portatore di degrado, violento, criminale, spesso biologicamente inferiore. Se è anche sovversivo, il quadro assume davvero tinte fosche”.
D’altronde, è stato osservato che proprio l’arbitrio e la punizione dei presunti innocenti sono la massima espressione della giustizia di stato, superiore anche rispetto ai sentimenti umani, in quanto “La Legge è Terrore fatto parole” (D. Cooper).

Infatti, lo storico Avrich non si perde dietro una neutrale ricerca della “verità” riguardo la rispettiva innocenza o  colpevolezza di Sacco e Vanzetti, ormai argomento di molti altri libri e inchieste giornalistiche che hanno affrontato la vicenda con stile da detective-story, avvalorando l’ipotesi secondo la quale sarebbero stati vittime di un “errore giudiziario”. La sua ricostruzione è principalmente dedicata al contesto politico e sociale dell’epoca dentro cui i fatti si svolsero, nonché ai ruoli rivestiti dai due imputati e dai loro numerosi carnefici.

È infatti un’America cupa e violenta quella dove si trovano a vivere e lavorare Sacco e Vanzetti, condividendo le dure condizioni di milioni di altri proletari, immigrati ma anche statunitensi. Tempi di conflitti sindacali durissimi, in cui gli scioperanti devono affrontare bande armate di crumiri, agenti privati e polizia federale. Tempi in cui si pratica ancora il linciaggio, mentre il Ku Klux Klan e la Black Legion assassinano impunemente neri, immigrati, ma anche anarchici, sindacalisti rivoluzionari dell’IWW e “reds”. Tempi feroci di gangsterismo, leggi proibizioniste e squadre speciali di polizia che ricorrono normalmente a metodi illegali.

Dalle documentate pagine di Avrich, crude e senza respiro, emerge quindi una guerra senza esclusione di colpi tra quanti, individualmente o associandosi, cercano di difendere libertà ed uguaglianza “con ogni mezzo necessario” e un dominio che non intende riconoscere i bisogni e i diritti, anche minimi, della classe lavoratrice. Ancora nel pronunciare il verdetto di morte, il giudice Backus sostenne che “Questo è il miglior paese del mondo” e, per dimostrarlo, quando per protestare contro la sentenza, una manifestazione raggiunse in corteo la prigione di Charlestown, trovò la polizia e la guardia nazionale con le mitragliatrici pronte a sparare sulla folla.

Fotogrammi in bianco-nero, cronaca in diretta da Baltimora.

 

Paul Avrich, Ribelli in paradiso. Sacco, Vanzetti e il movimento anarchico negli Stati Uniti, (curatela e traduzione di A. Senta), Nova Delphi Libri, Roma 2015, pagine 386, con foto, 15,00 euro

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