Un treno per la luna

di Marco Rossi

«Ma la guerra era qui, non solo al Fronte

giuntoliNon è difficile, curiosando su qualche bancarella in uno dei tanti mercatini dell’antiquariato, imbattersi in vecchie foto-cartolina, risalenti alla Prima guerra mondiale, con l’immagine in posa di un soldato ritratto in piedi.
Ormai sono merce per pochi euro, assai meno del prezzo pagato dai committenti con le loro misere paghe, di scarso interesse anche per i collezionisti: d’altronde ne furono prodotte a milioni, apparentemente tutte uguali, come se si trattasse di soldatini di carta.

Lo sfondo improbabile dello studio fotografico, la divisa seminuova e il volto serio sono gli elementi comuni a quasi tutte queste istantanee, di solito effettuate poco prima dell’effettiva partenza per il fronte ed inviate come ricordo alle persone amate che rimanevano ad aspettare: familiari, amici, compagni, “morose” e “consorti”.
Anche se apparentemente simili, guardandole con attenzione non è difficile intuire l’estrazione sociale e immaginare forse anche il carattere di questi, per noi ignoti, contadini e operai in uniforme. S’intravedono mani di lavoratori manuali, corpi segnati dai campi e dall’officina, sguardi smarriti di quasi ragazzi, ma anche visi non ancora devastati dalle privazioni e dagli incubi della trincea.

Sul retro, talvolta, poche parole di saluto ed affetto dedicate ai cari che si voleva rassicurare ma anche tenere legati a sé in un futuro immediato che si preannunciava drammaticamente incerto, tanto da far scegliere l’addio e non l’arrivederci come ricorrente formula di commiato. Quelle foto, infatti, per molti sarebbero state l’ultima traccia di un’esistenza e il testamento di una storia individuale e, allo stesso tempo, collettiva.

La Grande guerra – grande nel senso di totale e sconfinata – infatti conobbe più fronti, interni ed esterni, coinvolgendo le rispettive dimensioni del vivere e della società: militare, militarizzata, civile.
La prima linea attraversava e devastava sentimenti, famiglie, comunità e classi sociali per cui, oltre a quella dei fanti, degli alpini o dei marinai, ci fu la guerra affrontata quotidianamente dalle donne e dagli anziani, nelle campagne come nelle fabbriche, sin dentro ogni singola casa e l’intimo sentire di chi si trovava stritolato da incomprensibili meccanismi antiumani.

Anche il lento scorrere del tempo e le struggenti attese della corrispondenza – unico e vitale filo di speranza e resistenza – accomunavano la cosiddetta zona operante e l’immensa retrovia comprendente tutta la penisola e le isole, tanto che durante i quattro anni della guerra, in una nazione dove l’analfabetismo era ancora di massa, i soldati scrissero qualcosa come due miliardi e 137 milioni di lettere e cartoline.

Pur senza medaglie, protagoniste assolute di questo secondo fronte furono le donne che, nelle città come nei borghi rurali, infransero gli argini del patriarcato, non stando più al loro posto.

La vicenda che ci fa vivere Cinzia Giuntoli nel suo intenso libro, dietro cui si riconosce una seria ricerca storica e linguistica, contiene tutti questi risvolti, anche se potrebbe apparire soltanto la storia, ambientata nelle contrade toscane, di un sofferto amore di guerra. Contraddicendo l’armonia di certi rassicuranti acquarelli paesani, la realtà che emerge è invece ben più aspra e, inevitabilmente, conflittuale tra chi ha e chi non ha, tra chi incarna la retorica patriottica e quanti sono condotti al macello, così come accusa Ida, la protagonista:

«Il Papa, il prete, il sindaco, il generale. Buoni a comandare, a dire quello che si deve fare. E noi. Bravi. Abbiamo sacrificato tutto per questa guerra. E siamo rimasti qua a pati’ la fame, ad aspetta’ una lettera e un ritorno».

L’autrice, infatti, riesce a suscitare non solo commozione, ma anche quella sana rabbia che abbiamo disimparato a nutrire verso gli oppressori come nei confronti dell’obbedienza.
E tra le righe, s’intravede l’alternativa a crepare ed uccidere altri disperati, perché ci fu anche chi scelse di sottrarsi al cosiddetto senso del dovere, alla rassegnazione e al giudizio della gente, trovando il coraggio di disertare, arrendersi, espatriare, fare il matto o darsi alla macchia così come avvenne in numerose zone della Toscana dove in tanti, grazie ad una diffusa complicità popolare, si rifugiarono nei boschi attendendo la fine della tempesta.

Non erano certo decisioni facili, ma d’altronde i treni per la luna si prendono solo fuori dai binari.

 

Cinzia Giuntoli, Un treno per la luna. Una storia dalla Grande Guerra, fuori/onda, 2014

 

Marco Rossi, indagatore di storie sommerse e contrastanti.

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libri & sconfinamenti

  1. Cinzia Giuntoli

    Grazie Marco. Fra le righe del tuo commento mi riconosco, ma sopratutto hai saputo cogliere aspetti del romanzo che non credevo di suscitare. La ricerca svolta nell’Archivio Storico del Comune di Fucecchio mi ha permesso di scrivere questo romanzo, ridando vita a personaggi e storie di altri tempi.

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    • Ciao Cinzia, ancora non ho letto il tuo libro ma credo che lo farò presto perché le parole di Marco – come sempre accade – suscitano interesse e promuovono riflessioni fuori dagli schemi. Sono davvero felice che abbia voluto proporre questo libro agli avventori del caffè! 🙂 Un saluto Stefania

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