Un’ombra fuggitiva di piacere

Mio non sei stato né mai sarai,
credo. Fu l’altro ieri:
uno sfiorarsi al bar, dirsi qualcosa,
niente di più; e già la pena provo
del rimpianto confesso. Ma c’è talvolta
in noi dell’Arte, di mente tale eccesso
che un’ombra fuggitiva di piacere
trasformiamo in sostanza, ne facciamo
realtà palpabile. Così fu al bar,
l’altro ieri: complice in me una
ubriacatura misericordiosa,
in rapimento erotico ho vissuto
per mezz’ora assoluto…

[Mezz’ora, 1917]

kavafisAlla fine è successo, dopo tanto girarci intorno, io e le poesie di Costantinos Kavafis (Alessandria d’Egitto 1863 – 1933) ci siamo definitivamente incontrati e adesso, ne sono certa, ci faremo compagnia per molto tempo.
Un’ombra fuggitiva di piacere è la prima raccolta che leggo di Kavafis e, sebbene si tratti di una raccolta molto agile, confesso che mi ci è voluta più di una lettura per riuscire ad entrare nel profondo (almeno spero…) di una poesia così corposa e “gnomica”, secondo la definizione di Guido Ceronetti, traduttore e curatore della presente raccolta.

L’aspetto che maggiormente mi ha colpito, e che sicuramente mi porterà ancora a frequentare Kavafis, è l’essermi trovata di fronte ad una poesia che non si lascia scoprire tutta d’un colpo: essa è fatta di molteplici strati, veli che è necessario togliere uno ad uno con la stessa pazienza che si riserverebbe ad un amante.
Questi componimenti se da un lato si presentano con forme brevi e, almeno in questa scelta antologica, con poche ma ben definite tematiche, dall’altro lato annidano in sé una voragine di significati e soprattutto sono capaci di covare dentro al lettore per giorni interi prima di esplodere e rivelarsi in tutta la loro bellezza.

Va da sé che questo è l’effetto che i versi di Kavafis hanno avuto su di me, chissà forse le suggestioni di una Venezia invernale, introversa e struggente, mi hanno reso particolarmente sensibile, non lo escludo. Tuttavia, sono altrettanto convinta che probabilmente questa poesia occorra lasciarla sedimentare un po’ e che sia nessario rileggerla e meditarla, alla faccia della letteratura di pronto consumo e pure di coloro che hanno la pretesa di capire sempre tutto e subito.

Scorrendo queste poesie inizialmente si può pensare che il tema amoroso ed erotico siano predominanti tuttavia, proprio per quel gioco di rivelazioni a cui accennavo prima, ben presto ci si rende conto che in realtà è la nostalgia il filo conduttore di quasi tutti i componimenti. Il ricordo è l’occasione che lascia riaffiorare il volto dell’amato e le fattezze del suo corpo, senza mai concedere troppo alla commiserazione o al rimpianto anche quando il dolore ed il peso degli anni presentano il conto.
Un amore finito, la gioventù trascorsa, la condizione del proprio paese, le occasioni mancate, oppure la ricerca della nostra personale Itaca alimentano il male di vivere nostro e del poeta, a cui non c’è rimedio, ma solo una tregua momentanea concessa dall’Arte e dalla Poesia:

Oh l’orribile squarci di coltello!
Il mio corpo, la mia figura invecchiano!
Non ho la forza di soffrirlo. E a te ricorro,
che a volte mendichi, Arte di Poesia;
stordiscimi
per mezzo dell’Immagine sonora,
tanto dolore

Oh, l’orribile squarcio di coltello!
I tuoi rimedi, subito, Poesia:
darò un poco, alla piaga, di torpore

[Malinconia di Iason Cleandro poeta in Commagène, 1921]

Inclusi in questa antologia vi sono tre testi di Guido Ceronetti che hanno il pregio di aprirci senza tante cerimonie una porta sul mondo poetico kavafiano: il viaggio tocca farlo a noi, ma almeno abbiamo la certezza di trovare qualche faro lungo la strada:

«La testa, chi ne abbia una, c’è per questo: per ricomporre faticosamente, disperatamente, i frantumi dispersi dell’essere, restituire alla luce membra e suoni di vita sbranata, inimitabile.» (G. Ceronetti, Una lettrice di Kavafis)

 

Costantinos Kavafis, Un’ombra fuggitiva di piacere, a cura di Guido Ceronetti, Adelphi edizioni 2004, 20136

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  1. Mi piace che ogni tanto si parli di poesia, anche se io stessa ammetto di non sentirmi vicinissima a questa forma di espressione…

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  2. L’altro ieri mi è capitata per le mani una raccolta di Kavafis dell’Einaudi. Sono stato sul punto di prenderla, ma non so, alla fine non ero convintissimo e l’ho lasciata lì. Questo poeta mi attira, ma essendo un timido lettore di poesia non riesco a decidermi a fare il passo in avanti e acquistare una sua raccolta. Però adesso, leggendo questo tuo articolo, e il primo frammento che hai riportato, credo che mi deciderò a cercare proprio questa raccolta (tra l’altro non mi dispiace nemmeno leggere la penna di Ceronetti) 🙂

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    • Ciao e grazie per questo bel commento.
      Questo libro di Kavafis mi ha conquistato e gran parte del merito va senza dubbio a Ceronetti. Sulla traduzione non sono competente, quindi non posso entrare nel merito, tuttavia non posso nasconderti che secondo me nella raccolta Einaudi (letta dopo questo libro) il respiro poetico è un po’ meno vigoroso.
      In più nella raccolta Adelphi ci sono due brevi scritti di Ceronetti che secondo me sono molto utili per inquadrare la poesia di Kavafis nel modo migliore e per sopravvivere anche alle traduzioni meno appassionanti! 🙂

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