Come cavalli che dormono in piedi

di Marco Rossi

rumizUn amico che abita nella zona del Grappa mi ha di recente raccontato che, ogni volta che va nel bosco a fare legna, ritrova la prima guerra mondiale: resti metallici e anche umani.
Bossoli, schegge, pezzi di reticolato, assieme a frammenti ossei e cranici di persone che, cento anni fa, si combatterono e uccisero a migliaia in quei luoghi; i resti di quella lotta che, un soldato di allora, definì come quella dell’acciaio contro carne umana.

Difficile rendersene conto quando andiamo in montagna – come si usa dire – alla ricerca della natura, ma sovente nel Trentino o in Friuli camminiamo spensieratamente su ossari; talvolta, i conflitti si sono andati sovrapponendo, così come le loro vittime, sui medesimi territori: dalle guerre napoleoniche a quelle risorgimentali, dalla “quindici-diciotto” alla Seconda guerra mondiale, occupazione nazista e resistenza partigiana comprese.

Così può capitare che, ad esempio, nel museo alpino di Auronzo, dentro una vetrina in cui sono esposti vari reperti arrugginiti provenienti dalle trincee della Prima guerra mondiale, vi sia finito pure ciò che resta di un machine-pistole tedesco della Seconda: un anacronismo solo apparente, dato che la Prima fu probabilmente la madre di tutte le guerre contemporanee e, come osserva Paolo Rumiz, sulle stesse linee di faglia nuovi e minacciosi conflitti sono in atto: “l’Afghanistan, poi l’Iraq, la Siria, poi la Libia, l’Ucraina. Posti dove, per carità, non c’è guerra – guai a nominarla, la guerra –, solo uno stato d’instabilità permanente. Aree di crisi le chiamano…”.

Nel suo ultimo libro, Come cavalli che dormono in piedi, l’autore intende metterci a parte del suo viaggio nel cuore profondo dell’Europa, intrapreso alla ricerca dei tanti triestini caduti indossando l’uniforme dell’impero austro-ungarico ma divenuto un percorso attraverso luoghi al confine tra la memoria e l’oblio.
Una lettura trascinante, ma inevitabilmente cupa, che racconta lo smarrimento di chi ascolta, vede, sente i silenzi e i suoni laceranti di una storia che divora, macina, impasta e assorbe esistenze nella stessa terra intrisa di sangue e di domande senza risposta.
Dopo giorni-mesi-anni di guerra in trincea, persino le uniformi dei “nemici” avevano finito per assumere il colore indistinto della terra; sono molti i testimoni che lo hanno scritto: uomini di fango contrapposti a uomini di fango, divisi da una terra di nessuno dove la morte rendeva tutti uguali nell’orrore della decomposizione dei corpi.
Poi, dopo l’armistizio firmato dagli stessi che avevano firmato le dichiarazioni di guerra e ordinato gli attacchi, assieme alla retorica e al mito dei caduti – ormai senza possibilità di parola – il loro richiamo in servizio. Nessuna pace, neanche da morti: prima la separazione dal suolo che li aveva accolti, sottratti dalle tombe improvvisate dai compagni di sventura e dai piccoli cimiteri di paese o riesumati dai verdi prati che li custodivano anonimamente; poi la separazione per nazionalità, fra amici e nemici, e persino quella per grado, tra soldati semplici e ufficiali. Per non parlare della loro separazione sociale dai morti civili, come se fossero stati sempre militari o come se i civili periti a seguito degli eventi bellici non fossero pure loro caduti in guerra; come ha scritto George L. Mosse, “anche quando erano sepolti in cimiteri civili, un recinto o un muro separava i morti in guerra dagli altri defunti” e la preferenza andava “ai monumenti centralizzati e alle tombe di massa, i quali non lasciavano alcun dubbio sul fatto che i morti in guerra erano non soltanto compagni d’arme, ma anche, e soprattutto, membri della nazione piuttosto che individui” (Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti).

I morti dovevano ancora servire la patria e motivare nuove guerre; basta vedere come sono stati allineati nei sacrari nazionali, inquadrati nei cimiteri militari o trascritti sui monumenti: condannati ancora a marciare sotto le bandiere degli stati.
Nessuno può sfuggire al sacro dovere, anche oltre il paradosso. Dopo una lunga rimozione storica, ora si vorrebbero pure riabilitare i fucilati per diserzione, non per valorizzare il significato del rifiuto d’assassinare, ma per arruolare anche loro nelle schiere immortali dei caduti per la nazione: il valore della vita è zero se il sacrificio è voluto dal potere.

Perché questa è la variabile – l’etica della non-sottomissione – che i signori della guerra vogliono vedere debellata, unica vera alternativa alla rassegnazione e all’amarezza che sembra prevalere in Rumiz osservando come l’umanità corra sempre, inconsapevole, sugli stessi binari.
Non c’è storia già scritta o che si ripete, se le comparse si sottraggono ai nefasti richiami delle piccole o grandi patrie: “Né Gulasch né amatriciana, né birra né vino per questo centenario di disgrazia. O banchetto con tutti e quattro. Qui si viaggia in terra di nessuno. E chi se ne frega delle nazioni”.

 

Paolo Rumiz, Come cavalli che dormono in piedi, Feltrinelli, 2014

 

Marco Rossi, indagatore di storie sommerse e contrastanti.

Informazioni su Collaboratori di Aspettando il caffè

libri & sconfinamenti

  1. Ciao Stefania. Mi sono permessa di segnalare questo tuo articolo alla blogger di La libraia virtuale, che a sua volta ha da poco recensito il libro. Può essere anche l’occasione per uno scambio interessante fra voi due, se già non vi conoscete. Questo è il suo blog: http://lalibraiavirtuale.com/2015/07/13/italiani-con-la-divisa-sbagliata/

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: