Film anarchico e impopolare

«I lupi non hanno paura di niente e nessuno, nemmeno della morte, fisica o sociale, e se si trovano un santo davanti se lo sbranano senza nemmeno chiedergli se siede in paradiso o in parlamento e senza nemmeno fargli fare il segno della croce»

ciprianoLe righe che vi apprestate a leggere hanno avuto una gestazione talmente lunga che ormai non so più quante volte ho buttato via tutto quello che avevo scritto e ho ricominciato da capo.
Se da una parte c’era il desiderio e la convinzione di parlarvi di un libro secondo me interessante, sull’altra sponda c’era un testo che mi scappava continuamente di mano e che si divincolava come un gatto.
Questa è l’ultima versione che scrivo, come viene, viene.

Quasi un anno fa avevo letto La fabbrica della cura mentale un libro splendido, non solo per l’argomento trattato o il punto di vista espresso, ma anche per il modo in cui Cipriano narrava la complessa realtà degli SPDC. Quel suo modo di raccontare un mondo difficile da immaginare per chi non lo conosce o non lo vive sulla propria pelle, mi aveva talmente incuriosito da spingermi a cercare anche la sua opera precedente, questo romanzo per l’appunto.

Quello stile, quella lingua che mi avevano incantato ne La fabbrica della cura mentale, qui diventano un gorgo, un maelstrom, un forza che ti tira letteralmente sottacqua e dove la brevità dei capitoli serve solo a  riprendere un po’ di fiato.

In questo libro prima della trama, delle idee o di tutto quello che vi pare a voi, c’è una lingua e uno stile decisamente originali seppure non in senso stretto, perché mischiare italiano e dialetto, non è certo invenzione recente. Siamo abituati – specialmente negli ultimi anni – a libri che utilizzano il dialetto regionale per conferire al testo una patina di colore o caratterizzare in modo più o meno evidente il luogo in cui si svolge l’azione; ma spesso sono lingue finte, “sintetiche”, dove chi scrive è più preoccupato di non precludersi nessun lettore dello stivale invece di esplorare le possibilità che possono offrire delle lingue vive come i nostri dialetti.

In questo libro il dialetto non è un soprammobile che dà un tono all’ambiente, è la lingua madre del protagonista, che sì ha studiato, sì parla perfettamente italiano, eppure attraverso il dialetto (o impastando creativamente l’italiano di dialetto) riesce a rappresentare e descrivere concretamente cose ed emozioni con un’immediatezza e un’autenticità disarmanti.

La storia narra di un regista che fa ritorno al paese natale in Irpinia per girare dei cortometraggi. Neppure lui sa bene cosa andrà realmente a filmare e perché proprio in quei paesi dove incontrerà fantasmi del passato e innumerevoli processioni religiose, rituffandosi a capofitto in quella realtà paesana abbandonata da ragazzo.

D’accordo ve lo concedo, storie di viaggi di ritorno e riscoperta del paese natio ne abbiano lette tante e ci hanno pure un po’ stufato, ma anche qui le cose vanno in modo diverso, anche perché – devo dirlo? – il viaggio più importante è quello che il nostro protagonista compie dentro se stesso. Scozzandosi di nuovo con quel mondo fatto di ipocrisie, religiosità apparente e compromessi politici, può riaffermare con ancora maggiore determinazione le sue idee e le sue convinzioni, in quella che forse inizialmente può essere intesa come una dialettica di contraddizione, ma che in fondo lascia anche qualche spiraglio positivo, o almeno così l’ho inteso io.

Certo non è una storia facile da raccontarvi anche perché si rischia pericolosamente di pregiudicare il divertimento che si prova nel leggerla e di compromettere il colpo di scena finale; di sicuro tutto quello che sulla carta può sembrare scontato, viene allegramente sovvertito, e la lingua di cui parlavo sopra non sente ragioni, è un lupo che si mangia in un sol boccone tutto il perbenismo che gli si para davanti.

Lupi, janare, fantasmi ci trascinano in un mondo ancestrale, dove il sovrannaturale non è in contrapposizione con il mondo naturale ma semplicemente ne fa parte sebbene le sue manifestazioni si vedano di rado, come amava dire Tzvetan Todorov. Un sovrannaturale quotidiano e a portata di mano, che mi ha fatto tornare alla mente tante storie della mia infanzia, spauracchi tirati in ballo dai grandi per metter buoni noi bambini, streghe da cui proteggersi con un fiocco rosso e giù giù fino alle terribili storie sui lupi che, ad onor del vero, non si sono mai visti alle porte di Firenze, ma tant’è.

Tornando al libro, fin qui ho detto “storia”, ma ho sbagliato, perdonatemi: è un film, giuro, con tanto di titoli di coda e una splendida colonna sonora all’altezza delle immagini che scorrono davanti ai nostri occhi.
È un film “anarchico e impopolare” come anarchiche e impopolari sono le convinzioni del protagonista, solido puntello del romanzo e corazza sufficientemente spessa per consentirgli di ridiscendere nel profondo di quel mondo ipocrita e perbenista rifiutato da ragazzo ed oggi ancora più criticamente contestato attraverso l’occhio feroce di una telecamera.

 

Piero Cipriano, Film anarchico e impopolarenella terra dei lupi e dei santi, Manni Editori, 2010

 

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

  1. Sempre interessanti e singolari le tue proposte di lettura… ma vorrei capire meglio un dettaglio: il dialetto presente nel testo (suppongo quello irpino) ne rende più lenta la comprensione? Ti parla una che il vernacolo non è abituata a leggerlo o parlarlo, purtroppo neppure quello della sua regione. Neppure quello del buon Camilleri mi è comprensibile (sono messa proprio male!) 😉

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    • Ciao Alessandra, ti ringrazio!
      Leggendolo non ho trovato che la componente dialettale appesantisca la comprensione del testo, anzi, lo rende molto divertente. Però è opportuno precisare che personalmente ho una grande passione per i dialetti italiani coltivata negli anni grazie anche ai miei studi di linguistica…
      Ad ogni modo, Camilleri non sei la prima che mi dice che ha difficoltà nel leggerlo, sicché non desistere 😉

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