Le isole passeggere

«Va detto che da qualche tempo le cose non andavano granché bene sul Grande Continente. Erano tutti sul piede di guerra, anche chi non aveva gambe.
Quando non era per la guerra fredda, era per la guerra riscaldata o la guerra a vapore; e siccome laggiù il denaro è il sistema nervoso della guerra, ogni giorno veniva dichiarata la guerra dei nervi.
E i grandi imprenditori delle grosse macchine da guerra avevano caritatevolmente avvisato la povera gente che non era davvero il momento di dargli sui nervi con i loro piccoli problemi di salario.»

Jacques_PrévertIl primo post del 2015 è dedicato ad una favola, proprio una di quelle storie per bambini che solo in superficie appaiono fantastiche, immaginarie ed innocue, mentre nelle loro profondità annidano messaggi inaspettati e fuori dagli schemi.

Le isole passeggere sono uno strano arcipelago a cui nessuno può approdare poiché, non appena qualcuno tenta di avvicinarsi, esse si spostano immediatamente oppure vengono avvolte da una nebbia implacabile, capace di confondere anche i marinai più esperti.

Nell’isola più piccola ed ignorata di questo arcipelago vive una comunità serena capace di bastare a se stessa con assoluta semplicità, in cui tutti sono uguali, dove non c’è forma alcuna di prevaricazione o violenza, ed in perfetta armonia con la natura:

«C’erano talmente tanti fiori che di giardinieri ce ne sarebbero voluti a migliaia.
E non si vedevano nemmeno le piccole fioraie davanti ai banchetti, né i grandi profumieri nei grandi magazzini.
Il loro profumo, i fiori lo davano per niente.
E non c’erano nemmeno cuochi, giudici, panettieri, poeti o musicisti.
Gli indigeni si facevano da mangiare da soli, da soli facevano giustizia, musica, poesia e anche il pane.»

Tuttavia la serenità della piccola isola “Senza Importanza” in cui “la felicità se ne andava in giro per l’isola come un bambino del luogo”, viene turbata dall’arrivo inaspettato di un forestiero giunto fin lì dal Grande Continente e che si accorge subito che in quell’isola ci sono immense ricchezze non sfruttate. Da qui all’avvio di una feroce opera di colonizzazione e sfruttamento il passo è assai breve, ma i ricchi imprenditori del Grande Continente che si gettano a capo fitto nella nuova impresa speculativa, non avevano fatto bene tutti i loro conti e presto la loro macchina da guerra gli si ritorce contro.

Ovviamente i piani di lettura sono molteplici: la storia così com’è può tranquillamente essere letta ad un bambino la sera prima di andare a dormire, ma è altrettanto evidente che cosa si nasconde dietro alle Isole Passeggere e soprattutto quale messaggio Prévert intenda trasmettere.
Infatti l’autore in questo testo non si limita a criticare la nostra società ma ci mostra anche l’alternativa a questo nostro mondo malato e distorto. Nella piccola isola tutti sono liberi ed uguali, si lavora solo il tempo necessario per produrre le cose che servono (il pane, la poesia…) e “gli indigeni” mal si assoggettano a diventare “manodopera” come preteso dagli imprenditori del Grande Continente.

Nei confronti del Grande Continente e degli imprenditori-colonizzatori, Prévert riversa un fiume di incontenibile e tagliente ironia, allo scopo di ridicolizzare il sistema capitalistico, l’ignoranza e la superbia usurpatrice di un popolo colonizzatore, la cupidigia e gli inganni di chi vive dello sfruttamento di altri uomini.

Personalmente ho letto questa storia dedicata ai bambini con un certo piacere a dimostrazione del fatto che – per l’ennesima volta – le etichette e le classificazioni spesso non servono a niente, poiché i veri scrittori se ne infischiano allegramente.
Deve essere proprio questo il motivo che mi ha fatto tornare subito in mente le parole che Juan Ramón Jiménez scriveva nella celebre “Avvertenza per gli uomini che leggono questo libro per bambini”:

«Questo breve libro, dove l’allegria e il dolore sono gemelli come le orecchie di Platero, era stato scritto per… che ne so io per chi! …Per coloro per cui scriviamo noi poeti lirici… Adesso che è destinato ai bambini non tolgo né aggiungo una virgola. Che bello!» (Juan Ramón Jiménez, Platero e io)

 

Jacques Prévert, Le isole passeggere, Salani Editore, 2004

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