Amianto, una storia operaia

«Giustizia è fatta? No, non è mai fatta. Giustizia è non morire sul lavoro, è non morire né veder morire i propri colleghi. Senza dover morire “a norma di legge”. È lavorare senza essere sfruttati. È non dovere veder riconosciuto solo da morto quello che è un diritto da vivo. La sentenza dice soltanto che Renato è stato esposto all’amianto, non che l’amianto l’ha ammazzato, anche se ci vuole poco a fare due più due.»

amiantoQuesto libro l’ho letto tutto d’un fiato, mi ha lasciato stordita e si piazza, arrivando proprio sul volgere del 2014, fra i libri più belli che ho letto quest’anno.

Il titolo ovviamente non lascia il minimo spazio all’immaginazione: Amianto, una storia operaia racconta di Renato, un operaio specializzato che durante la sua “carriera” si ritrova a girare mezza Italia, lavorando in molti di quei siti industriali che poi verranno riconosciuti come concentrato di veleni e pericolosi per la salute dei lavoratori. Renato è un “trasfertista” che si trova a lavorare nelle fabbriche più velenose d’Italia e fra tutti i veleni che respira c’è l’amianto, un killer subdolo che lo ucciderà di tumore a soli 59 anni.

Tutta la vicenda che passa dalle esperienze lavorative in giro per l’Italia, ai tentativi di rivendicazioni sindacali per un luogo di lavoro sano e sicuro, fino alla malattia che porterà Renato alla prematura morte, sono raccontate da suo figlio Alberto, con un registro che alterna comico, tragico e incazzato, passatemi il termine perché è assolutamente necessario.

Comico perché nel raccontare la storia di suo padre inevitabilmente Alberto ripercorre la sua infanzia e la sua adolescenza, in una Maremma fatta di luoghi aspri e personaggi sopra le righe, dove anche su un campetto da calcio bisogna dimostrare di avere del fegato se si vuole sopravvivere.
I suoi racconti sul calcio, sulla scuola, del rapporto con suo padre, sono realmente spassosi, ma come spesso accade dalle nostre parti anche i racconti più comici finiscono per essere corrosi da una vena amara, soprattutto quando Alberto inizia a capire che la fabbrica non è solo il lavoro che tiene il babbo lontano da casa ma è soprattutto il mostro che lo consuma lentamente.

Dal comico si scivola nel tragico perché lavorare in fabbrica non è uno scherzo, perché Alberto si rende conto che suo padre invecchia precocemente, che sviluppa tutta una serie di malattie “professionali” fino all’ultima implacabile diagnosi di un tumore.

È qui che si passa all’incazzato, perché questa è l’unica reazione che si può avere quando sai che la causa della morte di un tuo caro è l’aver lavorato una vita intera in luoghi pieni di ogni tipo di veleno. Il livello di rabbia poi, non può che aumentare quando (in questa storia, come in tante altre, purtroppo) si viene a sapere che i pericoli a cui erano esposti i lavoratori erano ben noti a chi di dovere e che nulla hanno fatto per proteggerli da questi rischi, anzi hanno provveduto con solerzia ad occultare ogni traccia delle loro responsabilità.

Il libro intreccia continuamente i fili delle vite di Renato e di Alberto: è proprio quando ormai l’esistenza di Renato sta per concludersi che Alberto termina gli studi universitari e si ritrova a fare i conti con l’odierna realtà lavorativa fatta di precariato e sfruttamento. Ed anche qui un atteggiamento incazzato ci sta tutto.

Nei racconti di Alberto spesso mi sono rivista io bambina, ragazza e pure lavoratrice precaria: in fondo siamo quasi coetanei e quasi conterranei (lui maremmano, io fiorentina di campagna, il background è pressocché identico), in più anch’io sono una figlia di quella che lui più volte chiama working class. Conosco l’odore dell’officina, ho giocato con la morsa, col cric, e spesso venivo precettata per lavoretti di piccola manovalanza in un luogo che racchiudeva un mondo intero di passioni e lavoro: gli attrezzi del babbo, la sua bici da corsa, i vecchi arnesi da falegname del nonno e generosi depositi di vino, olio e vinsanto.
Babbo riparava le auto ed intanto io andavo in bici, giocavo a pallavolo o mi rompevo le ginocchia con i pattini mentre lui serafico mi urlava da sotto una macchina: “più cadi, meglio impari”.

Renato giustamente aspira ad un futuro migliore per i suoi figli e pensa, come hanno sempre pensato i miei, che lo studio potesse fornire la chiave d’accesso ad un avvenire migliore.
Renato insegna ad Alberto ad usare le mani, ma la saldatrice no, si rifiuta, proprio come mia madre troncò sul nascere il mio pur flebile desidero di fare la parrucchiera esattamente come lei. Troppa fatica, lascia stare, “studia che trovi un lavoro migliore del mio”.
Forse per loro era vero, ma la nostra generazione che ha studiato fra sacrifici e borse di studio, una volta fuori si è accorta che tutti i posti erano già stati occupati da chi era nato meglio di noi e si poteva permettere costosi master postuniversitari.

«non mi voleva portare in cantiere a ripulire le cisterne di idrocarburi delle raffinerie, neanche d’estate quando già avevo diciott’anni. “La fabbrica è l’ultimo pane. Studia” mi diceva “Almeno non ti ammali”.»

Consiglio a tutti questo libro sia per la storia dolorosa che ci fa conoscere, sia per il modo in cui viene raccontata e perché “Se uno legge Amianto e non gli arriva la botta, vuol dire che ha la testa sbagliata e si è messo il cuore sotto le scarpe. Vuol dire che i padroni lo hanno lavorato bene.” (Wu Ming 1).

Alberto Prunetti, Amianto, una storia operaia, Alegre, 2014 (prima edizione Agenzia X, 2012)

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

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