Giovanni Giudici

Mi chiedi cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone.


di Jean Rabe

giudici_poesieVersi ancora controversi, anche se con la recente ripubblicazione delle sue opere complete, a Giovanni Giudici (1924-2011) viene oggi riconosciuta «una personalità poetica tra le più originali e innovative del secondo Novecento», nonostante negasse con ligure ironia ogni celebrazione di sé stesso come poeta.

Se negli anni Sessanta aveva indisposto molte coscienze, forse dis/turbate dal vedere messa a nudo quella «psicopatologia del non-vissuto quotidiano» che anche i situazionisti aveva intuito come il veleno sottile indotto dalla cosiddetta società del benessere, oggi corre il rischio della banalizzazione, sul filo di quell’indistinto malessere contemporaneo che è divenuto quasi luogo comune.
Proprio mentre veniva mitizzato il boom economico, Giudici – come ha annotato Franco Cordelli – ne «spiò il grigiore, congetturò la soffocazione», in controtendenza con lo spensierato consumismo delle merci, sia materiali che culturali.
In uno stile riflettente la sua attività giornalistica, appaiono eloquenti i pochi versi in cui riassume gli amari effetti collaterali de Il Benessere:

Quanti hanno avuto ciò che non avevano
un lavoro, una casa – ma poi
che l’ebbero ottenuto vi si chiusero
.

La critica “impegnata” dell’epoca lo classificò come neo-crepuscolare, liquidando la sua vivisezione del vivere qualunque come la solita nausea di un piccolo borghese tormentato e ancora negli anni Novanta, forse per disinnescarne gli effetti nei giovani lettori, in un’antologia scolastica per le medie le sue poesie venivano definite «dal tono moraleggiante e sentenzioso».

D’altronde, in Dal cuore del miracolo (con evidente riferimento a quello economico), così viene tracciata la sua radicale dissonanza: la mia colpa sociale è di non ridere, / di non commuovermi al momento giusto e leggendo Una sera come tante, appare fuori di dubbio che ad essere presa di mira è l’alienazione collettiva insita nel subire il presente comune alle troppe private persone senza storia nelle vesti di lettori di giornali, spettatori televisivi, utenti di servizi che rinviano il vivere al domani, pur sapendo che il nostro domani era già ieri da sempre.

In anni in cui ideologie politiche e motivazioni religiose si alternavano nel riempire i vuoti di senso che la modernità non sapeva colmare, Giudici appare quasi incredulo che l’umanità possa assecondare una tale caduta di tensione, accettando un’incolore quotidianità senza scosse.
La stagione della resistenza, era stato anche per lui tempo di scelte difficili: quando sapevo che il mio dovere morale / con in pugno la Walther calibro nove lungo / era sparare (Frammenti di politica), ma il presente risultava ancora più angoscioso, paralizzato sul bivio delle volontà.
E’ la sensazione cassandrica di chi sente sfuggire il futuro e tiene il conto dei sospesi:

Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?

Interrogativi che arrivano sino a noi, stridenti, interpellandoci su quanta tolleranza ancora offriamo alle nostre pantomime e quanto poco amore nutriamo per l’autenticità del mare aperto.
Nascondersi dietro pretesti e rinvii non è mai un buon investimento, l’avviso vale per tutti: Lo spazio di ogni vita di uomo dura la storia.

 

Giovanni Giudici, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2014, collana “Oscar poesia”


Jean Rabe
, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

Informazioni su Collaboratori di Aspettando il caffè

libri & sconfinamenti

  1. maria

    Grazie per la Vostra newsletter che ricevo da oggi e che trovo interessantissima e appassionante come solo la vera poesia e l’arte autentica e ogni moto che viene dal cuore sanno essere.
    Ho trovato bellissime ,tra le altre cose, le poesie di Giovanni Giudici: parafrasando potremmo dire “il poeta dice la verità”, una verità molto amara sulla società contemporanea che mi ricorda anche tante illuminanti analisi di Erich Fromm e non solo.

    Il mito del possesso come alienazione dalla vita autentica, da se` stessi e dagli altri.
    Il possesso e` esclusione, il dono e la gratuita` sono fonte di comunione: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

    Con grandissima ammirazione e riconoscenza.

    “Miriam”

    Liked by 1 persona

    • Ciao Miriam e benvenuta fra noi!
      Grazie per il tuo interessante commento, sono felice che il blog ti offra questi spunti di riflessione e che i nostri post ti appassionino 🙂
      Sono io che devo ringraziarti per le tue belle parole a proposito di Aspettando il caffè…
      A presto

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: