Sherlock Holmes, anarchici e siluri

di Jean Rabe

«Troppo spesso ciò che colpisce, del non accaduto, è la sua ovvietà, l’urgenza con cui la data situazione lo reclamava. Il paradosso sta dalla parte dell’accaduto»

lussuNella fantascienza, solitamente, i viaggi nel tempo ci tele-trasportano in un futuro, più o meno prossimo; ben più di rado vanno all’indietro, se non per portarci in epoche assai remote: dal giurassico al medioevo.
Anche nei ricordi infantili di chi scrive, il primo salto temporale è quello di Un americano alla corte di re Artù (A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court) scritto da Mark Twain nel 1889.
Per questo, suscita una curiosità del tutto particolare imbattersi in narrazioni fantastoriche ambientate nel contesto della Prima guerra mondiale che somigliano più a saggi che a romanzi storici.

Esempio mirabile in questo senso è il bel libro, ingiustamente trascurato, di Guido Morselli, dal quale è tratta la citazione iniziale, il cui titolo è già tutto un programma: Contro-passato prossimo.
L’ipotesi, realisticamente prospettata in ogni minimo dettaglio, al centro del racconto è quella della vittoria delle truppe austro-ungariche e tedesche sul fronte italiano, in maniera ancor più risolutiva di quanto lo fu lo sfondamento a Caporetto, facendo risultare vincente un’idea di guerra «più umana» con la prevalenza di fattori quali «astuzia e raggiro» rispetto a «la violenza inumana dell’acciaio e dell’esplosivo o dei gas», tanto da determinare un’anticipata conclusione dell’immane conflitto.
E la veridicità della suggestione di Morselli induce quasi a ritenere che le cose siano andate proprio così.

Al contrario, ne I biplani di D’Annunzio, intrigante romanzo di Luca Masali nella collana Urania, la Grande guerra si trascina sino al 1921 e si ricollega alla guerra nei Balcani degli anni Novanta, sottilmente intrecciato e giocato attorno ad un problema tecnico e morale: «Il tempo è come un fiume. Andare indietro è facile, come discendere la corrente. Risalire il tempo è impossibile, a meno che non si venga “tirati” da una stazione nel futuro. Quindi, per andare in avanti, dovremmo essere risucchiati dalla stazione nel futuro».

Dopo questa, forse debordante premessa, il libro che solca spazi antitempo, catturando il lettore con lo stile della spy-story è frutto imprevisto della penna di Joyce Lussu che, in questa circostanza, dimostra un’ottima conoscenza anche del genere investigativo britannico.
Anche in questo caso, siamo alla vigilia della Prima guerra mondiale e ci troviamo in Italia, non sulle Alpi ma in riva all’Adriatico. Come fa intravedere il titolo (Sherlock Holmes, anarchici e siluri) i protagonisti sono l’immortale investigatore, alcuni sovversivi e un’operazione segreta contro la guerra sottomarina.
Aldilà della trama che, per ovvie ragioni non si può svelare, un appassionato di sir Arthur Conan Doyle non può non ritrovare un Holmes del tutto coerente con i suoi più noti trascorsi, con l’aggiunta di due ulteriori aspetti anticonformisti, peraltro non inaspettati: l’outing riguardante l’intuibile omosessualità e la complice simpatia per gli anarchici, alleati nella stessa guerra al militarismo:

«non contate su di me per i vostri giochi ridicoli e disgustosi. Se la vostra pantomima ha come scopo di convincermi che i duelli e le guerre sono rappresentazioni estetiche e cavalleresche, vi rispondo che per me essi sono soltanto un’assurda e ignobile carneficina. Ammazzatevi pure, signori miei, col nome delle vostre rispettive patrie sulle labbra. Io me ne vado…».

 

Joyce Lussu, Sherlock Holmes, anarchici e siluri, Robin Edizioni, Roma 2000

 

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

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