Isole nella corrente

di Jean Rabe

 «Giocheremo fino alla fine meglio che possiamo

isoleSono trascorsi quarant’anni da quando Fernanda Pivano scrisse l’Introduzione alla prima edizione tascabile in italiano di Isole nella corrente, romanzo postumo di Ernest Hemingway. Il racconto in realtà ne raccoglie tre (titoli originali: The sea when young, The sea when absent, The sea in being), ognuno a sé stante, seppure legati da un unico filo narrativo fortemente autobiografico, ed anche se non è stato generalmente considerato dalla critica letteraria come una delle opere hemingwayane più riuscite, ha molto da offrire proprio perché l’incompiutezza della “trilogia del mare” rivela alcuni segreti del suo scrivere e della sua esistenza.

Innanzi tutto, permette di comprendere il metodo di lavoro del grande scrittore-giornalista. Al momento della sua scelta di non-vivere più, quanto aveva scritto era infatti, si potrebbe ben dire, “in alto mare” e, dopo lunga navigazione, ancora distante da un approdo editoriale. Per questo motivo, a noi è giunto in una forma assai diversa da quella delle altre sue opere più famose, rimasta quasi allo stato di crisalide: è una narrazione tutt’altro che asciutta ed essenziale, facendoci intuire che la sua ricerca stilistica fosse analoga al lavoro dello scultore, capace di far emergere forme e volumi per sottrazione, scavando e limando l’insieme della stesura originaria ben più gonfia di dettagli, interludi e passaggi descrittivi.

Il protagonista dei tre episodi non è uno scultore ma un pittore di successo, Thomas Hudson, che immediatamente avvertiamo simile, per fattezze esteriori e assonanze interiori, all’autore nell’ultima fase della sua intensa vita, trascorsa nelle isole e tra i marosi della Corrente del Golfo, gli stessi solcati da Santiago ne Il vecchio e il mare.
Affiora però un altro Hemingway, assai diverso da quello spavaldo e talvolta intriso di superomismo di altri periodi; è un uomo che dopo aver vissuto avventurosamente, attimo per attimo, non riesce a sottrarsi a rimpianti, perdite e nostalgie, consapevole di aver lasciato dietro di sé molti conti irrisolti: «ovunque tu vada, sarai in compagnia di te stesso».

Gli uragani e le trombe d’aria, dipinte gratuitamente su tela, sembrano la metafora di quelle conosciute durante precedenti navigazioni mai concluse, tra realtà strappate e sogni accarezzati, «oltre il deserto lungo il quale stavano scivolando nella notte».
Il tempo sembra così dilatarsi nella solitudine in riva al mare, annegata tra battute di pesca assieme a pochi amici e le bevute condivise con qualche donna occasionale; ma appare una tregua nella burrasca.
Così come il rifugio nel lavoro artistico e l’intimo dialogo con i gatti suoi pari, la parentesi nell’isola di Bimini non è però sufficiente a pacificare i conflitti che giacciono sul fondo; la guerra fornisce quindi l’occasione per imbarcarsi e dare la caccia all’equipaggio fantasma di un sommergibile tedesco, lasciandosi dietro spettri ben più pericolosi.

L’ultima parte del libro (che ispirò alquanto liberamente anche un omonimo film) è la descrizione di questo estremo inseguimento; vi si coglie il realismo di una missione che davvero Hemingway svolse nel corso del secondo conflitto mondiale con la sua barca per la pesca d’altura, armata pesantemente per perlustrare il Canale delle Bahamas, ma soprattutto si ritrova l’eco del viaggio conradiano di Cuore di tenebra: «C’erano momenti in cui il proprio passato riaffiorava, come a volte capita quando non si ha nemmeno un attimo da dedicare a se stessi; ma riaffiorava sotto forma di un sogno inquieto e chiassoso, ricordato con stupore tra le realtà opprimenti di quello strano mondo di piante, e acqua, e silenzio. E quella quiete animata non somigliava in nulla e per nulla a una pace».

 

Ernest Hemingway, Isole nella corrente, Arnoldo Mondadori, 1970

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

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