Las Cuarenta

«Oggi non credo nemmeno in me stesso, tutto è menzogna, tutto è falso,
e quello lì, quello che sta più in alto, è uguale a tutti gli altri
Per questo, non ti devi sorprendere, se qualche notte, ubriaco,
mi vedi passare sottobraccio con chi non devo passare.»

Playing_Cards_by_JohnLobsterCantar las cuarenta è un’espressione del lunfardo argentino, evidentemente nutrita dal gergo dei giocatori di carte, che significa, più o meno, dire tutto quel che si pensa, vuotare il sacco, parlar chiaro, togliersi il famigerato sassolino dalla scarpa.

In questo tango, composto nel 1937 da Roberto Grela (musica) e Francisco Gorrindo (testo), la prima strofa introduce un personaggio che, trovandosi a passare per il suo vecchio quartiere, è sopraffatto dai ricordi e dall’amarezza della sua esistenza, al punto di cantar las cuarenta direttamente alla vita.

Non saprei dire se l’esperienza dell’esistenza umana può stare dentro ai tre minuti scarsi di una canzone, di sicuro i tanghi, e questo in special modo, ci vanno molto vicini. Dentro c’è tutto: l’amore infedele, l’amicizia perduta, l’amarezza della vita, la disillusione sociale, fino alla consapevolezza dell’ineluttabilità del destino. Il tutto ovviamente è in tono amarissimo, poiché quello che sorge dai ricordi e inonda di parole l’io narrante è solo un “veleno”.

La vita è metaforicamente rappresentata da un mazzo di carte ormai logorato; l’atto continuo del mescolare risulta essere del tutto inutile poiché il protagonista è pervaso da un forte spirito disillusione, sentimento tipico di molti testi di tango ma che qui raggiunge uno dei suoi punti più alti:

La volta che volli essere buono, mi hanno riso in faccia;
quando gridai un’ingiustizia, la forza mi ha fatto tacere;
l’esperienza fu la mia amante; il disinganno, il mio amico…
Ogni carta ha un rovescio ed ogni rovescio si presenta!

Come dicevo sopra c’è tutto, compresa la consapevolezza che anche il pensare può essere un problema se il nostro pensiero percorre vie diverse da quelle della massa al punto che, oltre a subirne le conseguenze, si rischia perfino di essere derisi.

Quello che sorprende però in questo tango è che non si piange solo l’amata persa, l’amico traditore o il destino crudele; in esso vengono chiamati in causa anche aspetti sociali forti. Si punta il dito verso il denaro (“con tanti soldi uno vale molto di più”), verso le persone cosiddette più in vista (“quello che sta più in alto, è uguale a tutti gli altri”) fino ad arrivare alla strofa citata sopra, in cui si accenna ad una vera e propria repressione (“quando gridai un’ingiustizia, la forza mi ha fatto tacere”).

La conclusione a mio avviso è splendida poiché una volta “vuotato il sacco” nei confronti della vita, il nostro protagonista fa l’ultimo inaspettato passo. Dopo tutte le sofferenze e le delusioni patite ha però conquistato anche un’inedita consapevolezza umana: ormai egli sa perfettamente come e dove riconoscere gli esseri umani più autentici, un po’ più avanti dirà De André che “dai diamanti non nasce niente”.

Come per tutti i vecchi tanghi c’è sempre l’imbarazzo della scelta, ho preferito quello di Adriana Varela solo perché è la versione che ultimamente sto ascoltando io, ma ce ne sono tante bellissime incisioni (tra cui quella di D’Arienzo ed Echagüe, per esempio…)

Adriana Varela, Las cuarenta  (video)
Las cuarenta (testo con traduzione a fronte)

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libri & sconfinamenti

  1. Per me è sempre un piacere leggerti, cara Stefi, perché spesso mi offri l’occasione di ampliare gli orizzonti con stimoli nuovi e diversificati. Hai un modo di spaziare da un argomento all’altro, di passare con disinvoltura da un testo storico ad uno psicologico o musicale che sia, che è veramente delizioso e interessante, oltre che ben curato nella qualità dei contenuti.
    Bella quell’espressione argentina, Cantar las cuarenta, mi sa che quando capiterà l’occasione mi ricorderò di usarla 😉

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