Farsi un fuoco

«L’animale era prostrato dal freddo terribile. Sapeva che non era tempo di viaggiare. Il suo istinto gliela diceva più lunga che non all’uomo il suo raziocino»

farsi un fuocoAncora non ho capito perché, ma il mio rapporto con la letteratura americana è pieno di alti e bassi, amori fortissimi e cocenti delusioni.
Di solito le delusioni arrivano quando scelgo da sola cosa leggere, mentre le scintille scaturiscono quando i libri e gli autori mi vengono proposti da altri. È evidente che la mia capacità di scelta e di discernimento si incaglia da qualche parte in mezzo all’Atlantico, ma lasciamo stare.

Così, pungolata da mio marito, grande appassionato di Jack London, decido di leggere alcuni dei suoi racconti (Altre storie di cani) posti in appendice ad un’edizione tascabile di Zanna bianca e Il richiamo della foresta.

Farsi un fuoco è il racconto che maggiormente mi ha colpito, prima di tutto per i tempi e la maestria con cui è costruito. Tecnicamente, per quanto tecnicamente io possa giudicare, è perfetto: un ingranaggio ben assemblato, che non conosce sbavature e che sviluppa, nel giro di pochissime pagine, un crescendo narrativo davvero impressionante.

Un uomo e un cane, da soli, a meno cinquanta gradi sotto zero nel Klondike, cercano di raggiungere una miniera dove li attendono i compagni. Di più non si può dire sull’intreccio, se non che entrambi desiderano un fuoco. L’uomo può accenderlo e il cane sa che l’uomo può procurarglielo, ma in condizioni climatiche così estreme, anche il più piccolo gesto, può risultare fatale.

È così che da una trama semplice, a tratti persino banale, si sollevano una miriade di riflessioni vaste e impressionanti come le montagne del Klondike. Fin dove può arrivare la superbia dell’uomo? Fin dove l’essere umano può essere convinto di riuscire a bastare a se stesso, sfidando la natura, l’istinto animale e, perché no, la saggezza e l’esperienza di quanti lo hanno preceduto?

Due le figure chiave della storia: il vecchio di Sulphur Creek, un anziano minatore in versione cassandra omerica, ed il cane che accompagna l’uomo lungo il tragitto.
Sarà proprio nello sviluppare il rapporto con il cane che Jack London completa definitivamente la vicenda che ci sta raccontando. Il cane dapprima è solo una bestia sfruttata per le sue capacità ma successivamente rischia di diventare necessario all’uomo per la sua sopravvivenza. Tuttavia, non sbagliatevi, non è una parabola apologetica di quanto siano buoni e fedeli i cani. Tutt’altro: il cane è un cane e risponde al suo istinto e alla sua natura. Soprattutto a meno cinquanta gradi sotto lo zero, risponde solo al suo bisogno di stare vicino ad un fuoco.

Jack London, “Farsi un fuoco” in Altre storie di cani, Newton Compton, 1992

Ps. A questo link potrete trovare il testo di Farsi un fuoco (Altre storie di cani) di Jack London.
L’immagine che accompagna questo post è tratta da una versione a fumetti del racconto di London illustrata da Dino Battaglia e pubblicata su Alterlinus nel gennaio del 1974.

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

  1. lamberto

    A proposito della apologia del cane fedele amico dell’uomo,leggi sempre di London:” Batard” se non lo conosci rimarrai sorpresa,ciao

    Mi piace

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