Le notti chiare erano tutte un’alba

di Marco Rossi

 

«Ai grandi assassini, la Patria riconoscente.»

(J. Prevert)

libroLe realtà della guerra e della poesia dovrebbero negarsi reciprocamente, eppure esiste tra esse una relazione antica e profonda, in quanto i pensieri, le emozioni, i traumi, le relazioni umane e gli avvenimenti legati all’eccezionalità tragica della dimensione bellica, sono da sempre esperienze totalizzanti che suscitano anche espressioni artistiche del sentire e del vivere in quello spazio sospeso, in quella terra di nessuno, dove la prossimità con la morte tende ad acuire ogni percezione sensoriale e ogni riflessione interiore Dalla pittura alla letteratura, dal teatro al cinema, esistono infiniti esempi di rappresentazione e attraversamento degli infiniti conflitti di cui è disseminata la storia.

Non fa eccezione ed anzi ne è uno specchio drammaticamente efficace, la poesia italiana nel corso della Prima guerra mondiale.
Quell’interminabile conflitto che annientò milioni di esistenze, produsse paradossalmente anche ondate di versi scampati agli assalti, alle bombe, alle fucilazioni e al fango delle trincee, lanciati/lasciati in eredità ai vivi.

«L’esperienza della trincea – ha scritto George L. Mosse (“Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti”) – determinò non soltanto la percezione della guerra di coloro che la combatterono, ma anche l’immagine che della guerra si fecero le successive generazioni […] Il fronte occidentale, con la sua peculiare, unica maniera di far la guerra, dominò la prosa e la poesia, i libri illustrati e i film sul conflitto».

Se numerosi poeti – soprattutto marinettisti e dannunziani – divennero, anzi s’incarnarono combattenti, ancor di più furono i soldati che si trasformarono, magari inconsapevolmente, in poeti scrivendo un ultimo saluto alle persone care, oppure ricordando i colori di una quotidianità libera dalla forzata uniformità grigioverde e senza orizzonti dello scavo bellico dentro la terra.

La densa antologia, curata da Andrea Cortellessa e arricchita dalla opportuna prefazione dello storico Mario Isnenghi, intitolata “Le notti chiare erano tutte un’alba” (da un verso di Montale), ci offre circa centotrenta composizioni di autori noti e meno noti, confermando «la dicotomia tra uomini di poesia che fecero la guerra e uomini di guerra che fecero la poesia», anche se sicuramente tanti militi-poeti sono destinati a restare ignoti, sepolti senza sepolcri assieme ai loro versi stentamente tracciati a matita su qualche disperso frammento di carta.

Alcuni sono diventati persino dei simboli della partecipazione degli intellettuali al Primo conflitto mondiale (Ungaretti, Gadda, Saba, Soffici…), mentre altri lo sono assai meno, oppure erano misconosciute le loro opere nate al fronte: tutte, ugualmente, «le poesie di guerra, umili e dimenticate o prestigiose e magniloquenti, fanno parte integrante di questo giacimento verbale sepolto nella memoria individuale collettiva».

Diverse appaiono pure le scelte stilistiche, anche se sembrano prevalere simbolismo ed ermetismo, forse perché più inclini a esprimere la solitudine disperata dell’individuo precipitato in un incubo incomprensibile e a penetrare nelle oscure profondità dell’animo umano, distaccandosi sia dai miti della civiltà romantica che del positivismo scientifico.

D’altronde, il massacro mondiale avviene proprio tra le nazioni che erano state la culla della cristianità e della cultura europea, mentre l’industria della guerra annienta o invalida generazioni di giovani grazie alle più importanti scoperte della scienza e della tecnica dell’epoca.

Si coglie infatti una rottura esistenziale su due fronti, nei confronti dei valori tradizionali del passato, divorati in un’immorale carneficina, ma anche verso quella modernità che aveva consegnato l’umanità ai meccanismi stritolanti di un progresso senza pietà; peraltro, distacco e disincanto erano già latenti nell’anteguerra ed avevano portato anche all’illusione mortifera che un conflitto totale fosse il «controveleno radicale» necessario per azzerare e rinnovare un mondo in cui si sentivano estranei i settori più irrequieti della società, incapaci di trovare una collocazione – e quindi un senso – nel conflitto tra le classi.

Le poesie della raccolta, suddivise per stato d’animo, offrono una molteplicità d’approcci e toni, ma ognuna in qualche modo è parte essenziale di uno stesso mosaico; personalmente, sono rimasto colpito dalla scoperta dei scarni versi, scarni come reticolati, di Clemente Rebora che, coi gradi di sottotenente, rimase gravemente ferito sul Podgora da una granata da 305, venendo poi riformato con una presunta diagnosi di infermità mentale.

Tra questi, estraggo una scheggia: «per contro un nemico, il nemico ch’è fuori, il nemico che è noi».

 

A. Cortellessa, Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale, Bruno Mondadori, 1998

Marco Rossi, indagatore di storie sommerse e contrastanti.

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