Casino totale

«L’appartamento era immerso nella penombra. Era fresco e aveva conservato il suo odore. Menta e basilico… Misi la sveglia alle due e mi sdraiai sulle lenzuola blu, esausto. Con lo sguardo di Lole su di me. Il suo sguardo quando il suo corpo era scivolato sul mio. Nero come l’antracite, millenni di nomadismo. Leggero come la polvere delle strade. Cerca il vento, troverai la polvere, dicevano i suoi occhi.» (p.136)

casino totaleSe avete ancora qualche scampolo di mare all’orizzonte credo che non sarebbe una cattiva idea portare con voi questo romanzo di Jean-Claude Izzo, maestro del noir e abile intessitore di storie. Di questo autore, scomparso troppo presto, ho sempre ammirato l’immediatezza con cui è in grado di restituire i profumi e i volti, nonché le anime, della sua multirazziale Marsiglia. Infatti Marsiglia di profumi ne ha tanti quanti sono i popoli che sono approdati nel suo golfo, ed ogni profumo, inevitabilmente, porta con sé una storia.

Casino totale è giustamente considerato il capolavoro di Izzo, un romanzo dove si mescolano quelli che da sempre sono gli elementi fondanti del genere noir: forti amicizie, conti da regolare, una malavita spietata che non disdegna la politica, ed infine bellissime donne, qualcuna troppo bella per essere amata da un solo uomo, altre sole, oppresse, sfruttate o vittime della violenza della malavita. Izzo annoda uno ad uno i fili del racconto con la stessa facilità con cui ci conduce nei vicoli più impervi finché, ammaliati dalla sua scrittura, certe zone di Marsiglia sembrano familiari come il cortile di casa nostra.

Tuttavia, qui come altrove, la vicenda noir è solo un pretesto per raccontare quello che realmente sta a cuore all’autore, ossia il forte mutamento della città espresso sia dall’edilizia in espansione, sia dalla pericolosa crescita di consensi intorno al Fronte Nazionale. La città cambia allo stesso ritmo con cui cresce lo spaesamento del protagonista del romanzo che stenta a riconosce gran parte di Marsiglia e dei suoi abitanti. Fabio Montale, questo è il suo nome, così come Abdul Aziz e Diamantis di Marinai perduti, è un uomo che ormai non si riconosce più in quello che ha sotto agli occhi e tenta, inutilmente, di rifugiarsi in se stesso. Questi uomini, ciascuno a suo modo, si lasciano andare, finché non si accorgono, quando ormai è troppo tardi, che le loro vite stanno andando irrimediabilmente alla deriva.

“Triste, quella sera, lo ero. La morte di Ugo mi restava sullo stomaco. Mi sentivo oppresso. E solo. Più che mai. Ogni anno cancellavo dalla mia agenda gli amici che facevano discorsi razzisti. Trascuravo coloro che sognavano solo macchine nuove e vacanze al Club Med. Dimenticavo tutti quelli che giocano al lotto. Amavo la pesca e il silenzio. Camminare sulle colline. Bere Cassis freddo. Del Lagavulin, o dell’Oban, tardi nella notte. Parlavo poco. Avevo le mie idee su tutto. La vita, la morte. Il Bene, il Male. Andavo matto per il cinema. Ero appassionato di musica. Non leggevo più romanzi contemporanei. E più di tutto mi facevano schifo i pavidi, i mollaccioni.
Tutto ciò aveva sedotto parecchie donne. Non ero riuscito a tenerne neppure una. (pp. 42-43)

Izzo ci lascia un romanzo che parla di emarginazione, violenza, solitudine, disinganno e disillusione; una storia che pur avendo quasi vent’anni sulle spalle (l’edizione francese è del 1995) resta estremamente attuale e lucida nel descrivere l’impasto umano che popola la città.
Oggi come allora la paura dell’immigrato è usata come uno scudo per ottenere consenso politico e la Marsiglia di Izzo degli anni novanta non è poi così diversa dalla mia Firenze di oggi, una città svuotata della sua anima più profonda in cui si scoraggia la possibilità delle persone di vivere la città, anzi si alimenta la paura.

Marsiglia appartiene a chi ci vive” (p. 202) afferma Izzo, ed io mi domando: a chi appartengono le nostre città? Vogliamo davvero che appartengano solo a chi detiene forti interessi commerciali? Perché essi, ed ultimamente solo essi, vivono le città.

Oggigiorno a Firenze pare che il problema siano gli “zingari“, nella Marsiglia di Izzo erano gli Arabi, il che non fa molta differenza, il malcelato desiderio xenofobo di “ripulire” la città e farne un salotto buono è lo stesso, se non che la storia dovrebbe averci insegnato che quel che ne consegue non è mai nulla di buono.

“Già a quell’epoca gli arabi non mancavano. Né i neri. Né i vietnamiti… Ma non c’era il problema. Il problema era sorto con la crisi economica. La disoccupazione. Più la disoccupazione aumentava, più si notava che c’erano gli immigrati…
I marsigliesi non pensavano veramente questo, ma gli avevano messo paura. Una paura vecchia come la storia della città, ma, questa volta, facevano una gran fatica a superarla. La paura gli impediva di pensare. Di rimettersi in questione ancora una volta.” (pp. 148-9)

 

 

Jean-Claude Izzo, Casino totale, Edizioni E/O, 1998

Informazioni su Aspettando il caffè

libri & sconfinamenti

  1. Purtroppo è vero, ogni volta che aumenta lo stato di crisi nel settore lavorativo-economico, cresce in modo parallelo l’insofferenza per l’immigrato, per il diverso da sé. Un’intolleranza che è sintomatica delle paure che ci portiamo dentro, le quali hanno bisogno, proprio perché non le sappiamo affrontare e gestire, di scaricarsi su un capro espiatorio. Molto bella la tua recensione, come sempre 😉

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: