I dannati della metropoli

«Non viviamo in un mondo di eguali per diritti, viviamo in un mondo globalizzato, dove la mobilità è potere.»

I-dannati-della-metropoli-STAIDEra già da qualche tempo che desideravo leggere un libro che mi raccontasse dei migranti ma allo stesso tempo volevo che fosse autentico e che si tenesse il più lontano possibile da certi resoconti giornalistici infarciti di superficialità e clamore.
I dannati della metropoli mi è parso fin dalle prime pagine un ottimo lavoro, una ricerca che racconta la migrazione nel suo complesso, contando principalmente sulle testimonianze dirette dei migranti.

Le interviste costituiscono il nucleo centrale del libro e sono la sua ricchezza perché permettono al lettore di entrare in una realtà sostanzialmente sconosciuta ai più. Esse sono state raccolte durante un periodo di lavoro durato anni, in cui l’autore, secondo l’approccio dell’osservazione partecipante, ha potuto creare relazioni e legami profondi con le persone che ha incontrato. Tale metodo di lavoro viene ampiamente descritto nel primo capitolo e risulta essere fondamentale sia per capire l’impianto metodologico della ricerca, sia per delineare con onestà quali siano state le difficoltà e gli eventuali limiti di questa indagine.

Nei capitoli che seguono prende forma la realtà atroce dei migranti a partire dal viaggio di cui noi conosciamo solo l’ultima parte, quello per mare, e solo quando ci sono i morti o la situazione nei CIE (Centri di Identificazione e Espulsione) diventa insostenibile.
Particolarmente toccanti sono le testimonianze dei migranti provenienti dal Centro Africa che affrontano viaggi terribili attraverso il deserto, subendo ogni genere di violenza e sopruso da parte dei militari o delle persone che, dietro somme esorbitanti, accordano loro un tratto di viaggio.

«Per spiegarti la nostra storia, per farti capire perché siamo arrivati a fare la vita che facciamo, non possiamo non raccontarti il viaggio che abbiamo dovuto affrontare… è stata un’esperienza che ci ha segnato dentro e ha portato a cambiarci talmente tanto che penso sia impossibile ritrovare gli uomini che sono partiti otto anni fa, nel bene e nel male.»

Dopo il viaggio per il migrante c’è l’esperienza del CIE in cui spesso alla violenza della reclusione si somma un senso di frustrazione nel trovarsi ad un passo dal proprio sogno ma ancora una volta in una situazione di stallo senza diritti né libertà.
È dall’esperienza drammatica del CIE, di cui nel libro si riporta anche un’interessante cronologia delle rivolte e delle proteste avvenute in questi anni, che inizia per il migrante a prendere corpo l’assurda realtà della legge Bossi-Fini che dà origine ad

«un contesto di scarsità di alternative, dove le leggi spingono realmente alla criminalità, visto l’impossibilità dei migranti senza permesso di soggiorno di lavorare legalmente.»

I migranti, infatti, si trovano di fronte un paese che li considera poco più che bestie, li rinchiude in strutture orribili, sedati con gli psicofarmaci, in virtù di una legge che non consente loro nessuna possibilità di mettersi in una posizione di regolarità, portandoli ad essere facile preda del lavoro nero e dello sfruttamento. Per questo il quarto capitolo è dedicato al carcere, perché a parità di reato, per un migrante è molto più facile finire in prigione rispetto ad un italiano.

Nel raccontare la migrazione in questo libro si riconosce anche l’importanza di dare spazio alle voci di quelli che, pur restando una minoranza, scelgono di delinquere. Si tratta di una testimonianza importante, perché sebbene il fine non sia trovare delle giustificazioni, le parole degli spacciatori o di quanti decidono di compiere atti illegali, sono utili per cercare di capire cosa spinge una persona verso l’illegalità, constatando spesso e volentieri il ruolo determinate che ha svolto la legge italiana nella loro “scelta”:

«Per i migranti c’è solo il lavoro nero, il lavoro da quasi schiavi; oppure c’è la scelta di delinquere, di cercare di guadagnare qualche soldo in più visto che tanto il rischio di essere fermati e arrestati è lo stesso.»

Non è un caso l’ultimo capitolo del libro sia dedicato al palazzo milanese di Viale Bligny 42, uno stabile definito contemporaneamente “il condominio del mondo” e “il fortino della droga”, punto centrale per la ricerca condotta dall’autore.
Bligny 42 è una realtà complessa dove s’intrecciano popoli e culture differenti e dove esistono anche numerosi problemi, fra cui quello della droga. Sicuramente non è un esperimento perfettamente riuscito di “meticciato”, ma anche la definizione di “fortino della droga” appare francamente un’esagerazione della stampa. Quel che è certo, ascoltando le parole degli abitanti di Bligny, è quanto poco ci si soffermi a considerare che la droga non riguarda solo chi vende, ma anche chi compra, persone insospettabili di quella città rispettabile che da un lato ha bisogno di luoghi come quello e dall’altro ne fomenta l’avversione.

Il merito più grande di questa ricerca è sicuramente quello di tentare di indagare e comprendere una realtà che sovente ci viene racconta diversa da quello che è, al solo scopo di alimentare paura e repulsione.

«“I migranti ci aiutano a capire meglio la contemporaneità, a vivere l’alterità attraverso l’incontro; non voglio affermare che sia semplice, molto spesso questo incontro è fatto di liti, rabbia, insoddisfazione e non sopportazione, ma l’importante è vivere l’alterità più che analizzarla.»

Infatti credo che sia innegabile che l’accoglienza dell’altro presenti delle difficoltà, ma la risposta non può nemmeno essere una cultura di violenza, paura e repressione. Personalmente non voglio essere schiava della paura dell’altro e sarò pure un’ingenua e una sprovveduta ma in tutte le interviste fatte agli abitanti di Bligny 42, non ce n’è uno che manchi di riferire che in quel palazzo tutti si salutano.

È un libro che consiglio a tutti, in particolare a coloro che ancora si ostinano a parlare di respingimenti e che ossessivamente ripetono che i migranti “dovrebbero tornare a casa loro” perché molte delle testimonianze qui riportate sono certa che metterebbero in crisi molte delle loro posizioni.

 

Andrea Staid, I dannati della metropoli, Milieu Edizioni, 2014

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

  1. CriticaComunista

    Gli stranieri (scusa il termine) sono sempre stati trattati di merda in italia, anche prima della crisi. Fa comodo creare capri espiatori. E’ il Capitalismo! 😀
    Un italiano che va fuori in cerca di fortuna è diverso dall’africano che viene da noi in speranza di fare meglio? L’Italia si merita una Rivoluzione culturale in piena reagola, e magari poi armata! 😀 ahahha

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  2. CriticaComunista

    L’ha ribloggato su criticacomunistae ha commentato:
    Lo consiglio caldamente! 🙂

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  3. CriticaComunista

    Di Andrea Staid ho il libro sugli Arditi del Popolo, bellissimo! 😀

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  4. Pingback: Le recensioni online dei Dannati della metropoli

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