Lotta di classe

“«Perché vuole venire a lavorare da noi?» mi ha chiesto alla fine del colloquio astronautico. E non gli puoi mica dire «perché il bisogno di denaro è superiore alla nausea che provo entrando qui dentro» (p 82)

celestini_lottadiclassePartiamo dalla copertina e da una considerazione non mia: “Vedi mamma quello è un palazzo per topi e al signore che sta lì sopra non gli fa niente il fuoco, perché è un fuoco piccolo, come un fuocherello da campeggio”. Naturalmente a mia figlia non gliel’ho detto, ma i topi siamo noi e a fuoco ci stiamo andando proprio noi.

Un condominio e tre ragazzi che lavorano nello stesso call center, ma che fra turni diversi e vissuti apparentemente lontani, non si incontrano mai fino a quando non salta per aria l’appartamento della signorina Patrizia. Dall’esplosione si snoda una storia molto originale ma mi preme avvisarvi fin da subito che Ascanio Celestini scritto fa lo stesso effetto di Ascanio Celestini parlato: occhio, quando iniziate a leggere non vi staccate più.

Tuttavia in apertura accennavo a uomini e donne che fanno la fine del topo ed effettivamente non siamo poi così lontani.
Nel romanzo è centrale la questione lavorativa ed il call center è scenario ideale per raccontare i soprusi e le assurdità dei meccanismi lavorativi che si sono venuti ad instaurare negli ultimi anni.
Alla fine la storia non è tanto quella di Salvatore, Nicola, Marinella e Patrizia, piuttosto è quella della nostra società alla deriva dove Ascanio Celestini, pur restando ben saldo nei confini di un romanzo, fornisce una descrizione incredibilmente esatta del lavoro precario e della crudeltà e dell’assurdità dei meccanismi che ha generato.

“«I borghesi ci venderanno anche la corda con cui li impiccheremo» diceva Lenin… Una volta si scioperava facendo i picchettaggi in fabbrica per non far entrare i crumiri. A quel tempo il mondo era nelle mani di chi produceva… adesso il pianeta è pensato per il consumo, è lì che bisogna scioperare.” (p.175)

La quarta di copertina afferma che “questo è un libro in cui perdersi” tuttavia non sono tanto d’accordo poiché  a me pare che ci sia poco da perdersi e purtroppo molto da ritrovarsi.
Siamo noi quelli che si dibattono fra uno o dieci lavori di merda, che sopportiamo condizioni di lavoro assurde per portare a casa un po’ di soldi per la nostra famiglia. Siamo sempre noi che subiamo la società di consumo e le leggi che ci impone. Siamo noi gli schiavi del lavoro flessibile, ma per flessibile vi invito a considerare l’accezione fornita da Renato Curcio e che troverete nel romanzo.

“Quando sono entrata c’era da fare sei ore al giorno moltiplicate per sei giorni alla settimana… Bisognava averci la partita Iva individuale e fatturare all’azienda. Lavoravamo a cottimo, novanta centesimi lordi per una telefonata da tre minuti.
Un giorno di marzo del 2005 c’hanno detto che a due minuti e quaranta secondi scattava una specie di multa… ma esiste un lavoro al mondo che funziona così? C’è una catena di montaggio dove mi pagano dieci soldi per produrre dieci pezzi, ma mi pagano nove soldi se ne produco undici?” (pp. 83-84)

Sicuramente un bel romanzo che impone delle riflessioni non solo sul lavoro ma anche sul tipo di società che è scaturita da questo modo perverso di intendere il lavoro.
Una società ossessionata dalla perfezione estetica e dalla paura di invecchiare, dove il diverso, il “non conforme” è pericoloso e da scartare. Che sia il volto di una donna, l’aria asettica di un centro commerciale o un’albicocca del supermercato fa poca differenza, poiché tutto assolutamente vuoto, incolore ed insapore. Una sorta di oppio in attesa di morire perché in fondo “Tutti siamo liberi di cambiare se siamo disposti a peggiorare la nostra condizione” (p.220).

Ma fino a quando?
Questa è lotta di classe.

 

Ascanio Celestini, Lotta di classe, Einaudi 2009

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

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