Nessuno può portarti un fiore

“Che lingua avevi, Edera. Tutta suo padre, diceva tua madre. Perché intanto il babbo collezionava bastonature dai fascisti. Non ce la faceva a stare zitto davanti a quegli scellerati, specie da quando avevano dichiarato la guerra cianciando di milionate di baionette e altre scemenze simili… “ (p. 47)

nessuno può portarti un fioreHo pensato tanto se scrivere o meno di questo libro. Da una parte ero assolutamente determinata a farlo, perché il libro è bellissimo, dall’altra ero titubante proprio perché lo sapete già che è un libro meraviglioso, visto che Nessuno può portarti un fiore è uscito nel 2012 riscuotendo un meritato successo.

C’ho pensato un bel po’ e ho deciso di buttar giù queste parole, quando ho finalmente capito che i miei dubbi non dipendevano dal fatto che il libro fosse famoso, già uscito da tempo e ampiamente commentato (aspetti a cui non bado se il libro mi piace), bensì perché la lettura di queste sette storie mi avevano coinvolta profondamente, poiché le vite di queste donne e di questi uomini, che si sono intrecciate con la storia ed hanno preso pieghe drammatiche, non possono lasciare indifferenti.

Le prime tre storie sono di tre donne: Antonieta, Sylvia e Edera. Sono tre vicende molto diverse fra di loro, ma una più intensa dell’altra. Non si può non appassionarsi al racconto di come Sylvia sia stata “usata” per aprire un varco nella cerchia che proteggeva Tročkij, ed altrettanto coinvolgente è il ritratto di Antonieta Rivas Mercado: una storia forgiata nella delusione e nell’infelicità.

Ma è la storia di Edera quella che inchioda alla pagina.
Non è solo la vicenda della giovane bolognese, torturata e uccisa dai fascisti, che attrae: nel raccontare la sua vita e la sua ribellione, la penna di Cacucci riesce a catturare perfino lo spirito fiero della ragazza, al punto che in certi momenti pare di avercela lì accanto, Edera.
La voce narrante è tutta al servizio del racconto e fa quello che realmente un narratore di storie dovrebbe sempre fare: sparire. Sparire e lasciare che sulla pagina emerga solo il suo personaggio.

A seguire ci sono i racconti delle vite di quattro uomini, anch’essi altrettanto sorprendenti: il partigiano francese Louis Chabas che combatte e muore (tradito?) nelle Langhe, la storia incredibile di Clément Duval che si incrocia con la morte di Salsedo ed infine la triste storia di Horst Fantazzini.

Ma al pari di Edera e per le stesse ragioni narrative, fra gli uomini è il capitolo dedicato alla vita di Sante Pollastro che maggiormente mi ha colpito.
Non è l’epopea romantica cantata da De Gregori, ma sono le sofferenze di un uomo che ha fatto solamente quello che in quel preciso momento storico poteva fare: rubare, perché lui e la sua famiglia avevano fame. Ed opporsi all’assurdità della guerra e all’insulto del fascismo.

“Io non li odio. Io mi difendo. Ero un ladro, perché la fame non può essere una condanna che ti affibbiano appena nato. Ero un disertore, perché non si può essere complici dell’abominio. L’hanno chiamata Grande Guerra… Grande massacro di poveracci (…) e il fascismo è figlio di quella guerra, di quell’abitudine alla carneficina, alla bassa macelleria. E ora l’assassino sono io… “ (p. 98)

Resiste a tutto Sante Pollastro, anche alla penosissima carcerazione a Santo Stefano; resiste con dignità e forza, ma soprattutto conservando sempre estrema lealtà verso i compagni.

Alcune di queste vicende, prima che Cacucci le scuotesse dalla polvere degli anni, erano totalmente dimenticate o tenute in vita da pochi superstiti. Ma al recupero storico di vite e vicende dimenticate si somma la bellezza di una narrativa capace di dare corpo e anima ai personaggi. L’arte e la bellezza questo fanno di mestiere: fissano in testa persone e idee che poi resteranno con noi.

Anche se conoscete solo una delle storie narrate nel libro, sapete già che queste vite ci chiamano in causa, ci fanno riflettere sulle ragioni del loro dissenso, su come essi hanno condotto la loro vita sfidando spesso poteri e forze più grandi di loro. Difficile chiudere il libro senza pensare che queste storie parlano proprio a noi.

 

Pino Cacucci, Nessuno può portarti un fiore, Feltrinelli, 2012

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

  1. Wow, mi hai convinta. Lo annoto subito!
    Luna

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  2. E speriamo che queste storie, per quanto dolorose, continuino a parlarci, perché dal passato non si finisce mai di imparare. Bella recensione, contenuta ma nello stesso tempo toccante.

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  3. Ho sempre voluto leggerlo, seguendo solo le sensazioni, ignoravo addirittura che si trattasse di racconti…

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  4. A questo bellissimo libro è dedicato il cortometraggio che sto per girare.

    Sarà un cortometraggio in analogico, sulle storie di donne che hanno dato la loro vita per i loro ideali.

    Donne dimenticate, per la censura, per il maschilismo, a cui nessuno può portare un fiore.

    Chi decide quale ribelle resterà nella storia??

    Ho bisogno del vostro aiuto per poter realizare questo cortometraggio. Vi prego di dare una occhiata alla pagina di raccolta fondi. Ognuno può collaborare con quello che può.

    Aiutateci a ricordare queste grandi donne.

    Grazie Pino, Grazie a Voi.

    https://www.indiegogo.com/projects/nessuno-puo-portarti-un-fiore/x/9011587#/story

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