Questa striscia di terra

Dentro il buio di quella scatola, si chiedeva com’era possibile che un uomo sfruttasse il lavoro di un altro e pretendesse di sottometterlo.
Per lui era un mistero che nemmeno la chiesa glielo sapeva spiegare. (p. 45)

questa striscia di terraVilla La Selva ospitò uno dei tanti campi di concentramento voluti in Italia da Mussolini. Ce ne furono tanti e di molti se ne è persa la memoria, almeno nella collettività.

Con Questa striscia di terra Maria Pagnigni e Gabriella Nocentini hanno cercato di riannodare i fili del passato, non solo raccontando la storia di quel luogo ma soprattutto cercando di reinserirlo nel contesto sociale a cui esso appartiene e restituendo alla comunità parte dellla storia di quegli anni.

Infatti il libro, soprattutto nella prima parte, è fortemente orientato verso un recupero della memoria che non vuole limitarsi solo ai fatti relativi al campo di concentramento e alla guerra, ma vuole essere una sorta di riappropriazione collettiva di un tassello di storia per lungo tempo dimenticato.

Del resto è senza dubbio significativo che, fatte salve le autorità preposte e le persone che abitavano nelle immediate vicinanze del campo, la popolazione non fosse a conoscenza dell’uso a cui era stata destinata questa struttura. Col dopoguerra poi anche il campo di concentramento di Villa La Selva cadde nel vortice di oblio che ha coinvolto tante, troppe, vicende relative alla guerra e al fascismo.

Il campo di concentramento di Villa La Selva, posto a Bagno a Ripoli in provincia di Firenze, fu uno dei tre campi di concentramento attivi in Toscana e funzionò dal 1940 fino al luglio del 1944.
Se il campo di Rovezzano vicino a Compiobbi era destinato agli antifascisti (“italiani pericolosi”) a quello di Bagno a Ripoli erano indirizzati per lo più “ebrei stranieri” che in linea di massima da qui partivano verso altri campi italiani o tedeschi.

Vi transitarono «sudditi di stati nemici» e fra questi un gruppo consistente di ebrei, slavi, norvegesi, danesi rumeni, greci ortodossi e greci ebrei, antifascisti. All’inizio del 1942 anche ebrei anglo-libici e anglo-maltesi. (p.103)

La prima parte del libro ricostruisce la storia di Villa La Selva attraverso la preziosa testimonianza del dott. Francesco Antonini che abitava nei pressi della Villa già prima dell’inizio della guerra. Nel suo racconto le vicende del campo di concentramento si intrecciano inevitabilmente alla sua vita e alle storie degli abitanti di “quella striscia di terra” dove era posto il campo. In particolare il racconto s’incrocia con la storia del contadino e poi soldato Bruno Pagnini che sperimenterà sulla sua pelle proprio un campo concentramento tedesco.

Bruno Pagnini infatti è fra i tanti soldati italiani catturati e trasferiti in Germania come IMI, “Internati militari italiani”, e vi resterà fino alla fine della guerra essendosi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò.
La storia del contadino di Baroncelli divenuto “soldato del regno”, è la storia esemplare di un uomo che ha vissuto una delle esperienze più atroci che si possano immaginare, ma è anche il racconto di come attraverso il dolore e la sofferenza egli prenda coscienza di sé e della sua vita.

Durante la prigionia egli matura la consapevolezza che finita la guerra non sarebbe più tornato ad essere contadino poiché in quegli anni in “quella striscia di terra” contadino voleva dire mezzadria. Lui che era quasi morto segando alberi in Germania, non voleva più spaccarsi la schiena a beneficio di qualcun altro. Mai più.

Li avevano tenuti per mille anni nella paura. Paura di morire di fame e di freddo… ma ora avevano oltrepassato Grassina, l’Antella, l’Incontro, fino ad arrivare in Africa, in Russia, in Grecia, in Albania, in Germania, ora che avevano visto il re scappare e il papa traccheggiare, non gli faceva più paura nulla… Ora Bruno era un contadino completo perché conosceva tutti i campi: campo di grano, campo minato, campo di stoppie, campo di prigionia; un militare completo perché aveva detto signornò alla Repubblica di Salò… gli mancava soltanto di essere un uomo libero. (pp. 85-86).

Il lavoro di ricerca e di recupero delle informazioni da parte delle due autrici è stato immenso, la seconda parte del libro infatti è totalmente dedicata ai riferimenti storici e ai documenti che è stato possibile reperire nell’archivio storico comunale a supporto della testimonianza del dott. Antonini e delle altre voci del libro.

Infatti, nel raccontare di Villa La Selva, lo sguardo si apre inevitabilmente verso i principali avvenimenti della guerra e sono tanti i personaggi, noti e meno noti, che si affacciano in questo paese posto al confine sud di Firenze.
Attraverso gli occhi del giovane Antonini siamo catapultati nella dimensione quotidiana della guerra, dei soprusi patiti dal padre noto antifascista, lo seguiamo nella liberazione di Firenze. Si incrociano personaggi come Teresa Mattei che sprona Antonini a diventare egli stesso partigiano ed assistiamo ad un’amicizia che si incrina proprio di fronte alla scelta se prendere o meno le armi in mano e unirsi ai partigiani.

Ma non sono da meno nemmeno i comprimari: grazie ad uno stile asciutto e privo di ogni retorica prende corpo una storia ben amalgamata che potrebbe quasi sembrare un romanzo se non ci fossero tutti quei documenti di archivio a ricordarci che non una virgola è stata inventata.

Purtroppo, nonostante il grande lavoro delle autrici e nonostante il numero di persone internate nel campo, ad oggi è stato possibile rintracciare solo una delle persone che furono rinchiuse a Villa La Selva. Ma oltre a questo resta anche il rimpianto delle tante persone che avrebbero potuto fornire testimonianze significative ma che nessuno ha mai cercato.

Con questo dato si ritorna all’inizio: oggi più che mai è fondamentale recuperare e raccontare queste vicende. Prima di tutto per amore di verità e giustizia ed in seconda battuta affinché ci venga restituita la nostra memoria.
È giusto che i nostri ragazzi visitino Auschwitz e Mauthausen, ma è anche altrettanto importante che conoscano la storia dei luoghi dove vivono. Questo perché ciò che è “fuori” rischia sempre di essere un luogo “dell’altrove” e per questo motivo potrebbe essere percepito come lontano e a noi estraneo.

Invece nei luoghi di apparenza anche i sassi hanno un nome e la “storia” e le vicende degli uomini e delle donne che ne hanno fatto parte ti si infila sotto pelle e non se ne va più.

 

M. Pagnini, G. Nocentini, Questa striscia di terra, SoleOmbra edizioni, 2006

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

  1. Certi orrori non devono essere dimenticati e non bisogna dimenticare che è successo anche da noi…

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  2. Apprezzo sempre chi ha la volontà di leggere e recensire questi argomenti. Brava.

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  3. Pingback: I Savoiardi | Aspettando il caffè...

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