Primo maggio col cuore

di emmerre

-Capisco. Ma oggi, cosa crede lei che avverrà?
-Oggi – rispose, reprimendo un sorriso che gli distorse quella straordinaria serietà – oggi… Una rivoluzione no, di certo. Le rivoluzioni a data fissa sono sogni: lo ha detto anche Bismark. Sono le rivoluzioni che rendono celebri le date; non le date che fanno le rivoluzioni celebri. Possono seguire disordini… anche gravi… questa sera; ma non tali da mettere in percolo la società, si capisce. Quello che è grave, quello che mi sconcerta, è che questo 1° Maggio non andrà più giù, e che sarà ogni anno più serio… Vede, ci son mille ragioni per cui il movimento deve crescere; nessuna perché debba diminuire.

primomaggioDa svariati anni Primo Maggio di Edmondo De Amicis mi attendeva su uno scaffale della libreria, dopo che lo avevo trovato su una bancarella a due euro.
Mi aveva subito incuriosito, in quanto a me sconosciuto ed infatti ho poi saputo trattarsi di un inedito, ritrovato e pubblicato postumo da Garzanti per la prima volta nel 1980, a cura di Giorgio Bertone e Pino Boero.
Avevo letto da qualche parte delle simpatie socialiste nutrite dall’autore del romanzo Cuore, uscito nel 1886 e poi tristemente noto ad intere generazioni di scolari, ma ignoravo sia l’esistenza di questa opera, peraltro mai data alle stampe, che una sua così approfondita conoscenza del pensiero socialista e degli ambienti proletari del suo tempo. Dopo una piccola ricerca, ho appreso che, superando l’infatuazione patriottarda, s’avvicinò al socialismo attorno al 1889 e, guarda caso, Primo Maggio dovrebbe essere stato scritto l’anno successivo – tanto da farlo apparire una sorta di racconto autobiografico della sua formazione – giungendo ad un’effettiva e convinta adesione nel 1896, anno in cui lui stesso tenne un discorso all’Associazione generale degli operai di Torino la sera del 1º maggio, proprio sul significato della giornata internazionale di lotta. In seguito avrebbe collaborato pure ai giornali «Critica sociale» e «La lotta di classe».

Suscita comunque una certa curiosità la circostanza per la quale De Amicis, pur avendone curato più stesure, poi non si sia mai deciso ad offrirlo ad un editore. Forse non lo convinceva il fatto che “Primo Maggio” potesse apparire una via di mezzo tra il romanzo sociale e il feuilleton, oppure trovava imbarazzante divulgare, seppure in forma indiretta, le ragioni della sua maturazione politica, originata sì dalla conoscenza della dottrina socialista acquisita attraverso i testi marxisti, ma anche mossa da un assai meno “scientifico” e “materialistico” sentimento di rivolta umana contro la classe d’appartenenza, che metteva in gioco piuttosto l’etica e la volontà individuale.

L’immagine stessa del movimento socialista e le convinzioni del protagonista del romanzo riflettono le diverse tendenze proletarie e non sempre prevale quella riformista e gradualista, venendo anzi riconosciuta dignità e legittimità alle correnti rivoluzionarie e all’anarchismo, in risposta al sordo cinismo dei ceti benestanti e benpensanti, nonché all’odio di classe nutrito dai proprietari verso i ceti subalterni.
E, nella lettura di un romanzo non privo di colpi di scena emozionanti e descrizioni da inchiesta sociologica sulle infime condizioni di vita nella città-fabbrica per antonomasia, Torino, quello che più colpisce è come le posizioni e i termini della “questione sociale” fossero all’epoca infinitamente più nitidi per tutti: reazionari, conservatori, progressisti, riformisti, sovversivi.
Nitidi riguardo le divisioni di classe e le disuguaglianze di genere presenti nella società, i meccanismi di accumulazione del profitto,  le catene della proprietà privata, la funzionalità dell’apparato legislativo per la difesa dell’ordinamento politico ed economico, e via dicendo; ognuno sceglieva da quale parte della barricata stare e, comunque il conflitto era su queste “verità sociali” e non su formali contrapposizioni comunque interne alle logiche del potere.

Per questo, il socialista Alberto – ormai in rotta con la propria classe e persino gli affetti – non nasconde una certa ammirazione per quanti esprimono opzioni più radicali e coerenti di quelle che lui riesce ad abbracciare; emblematico a riguardo il difficile dialogo con il temuto anarchico Baldieri, lombrosianamente descritto con i “caratteri fisici anticriminali” tipici “negli anarchici idealisti e sinceri”, che lo mette di fronte alla contraddizione rappresentata dalla sua classe d’appartenenza, facendogli capire che l’amore per gli oppressi doveva portare a mettere in discussione il vivere nel privilegio assieme all’illusione di una trasformazione graduale e indolore di un presente da rovesciare dalle fondamenta: “ma non lo vede, non lo riconosce dieci volte al giorno, anche in se stesso?”.

Anche nell’acceso confronto sull’attesa esplosione sociale, in cui anarchici e socialisti si accusano reciprocamente di volere micce troppo lunghe o troppo corte, De Amicis sembra non sapere come schierarsi, ancora diviso tra la ragionevolezza riformista e la radicalità del suo sentire che, a vent’anni, lo aveva portato a combattere contro i dominatori austriaci.

Lo stesso tragico epilogo di Primo Maggio può, a mio avviso, essere letto e interpretato non a senso unico: se, infatti, appare meritorio il tentativo di evitare – in prima persona – un inutile spargimento di sangue in uno scontro dall’esito già segnato, rimane altrettanto innegabile quanto scritto da un anonimo russo circa un secolo fa: non si può combattere il fuoco e la spada solo con la logica e la giustizia dei propri ideali.

Edmondo de Amicis, Primo maggio, Garzanti, 1980

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