I Turchi alla scoperta dell’America

La virtù può essere ottima per salire al cielo dopo la morte. Ma per il letto, caro Ibrahim, quel che conta è la polpa, la materia propriamente detta. (p. 31)

i turchi alla scoperta dell'america Come non restare incantati da questo romanzo breve di Jorge Amado? Ne I Turchi alla scoperta dell’America il suo estro scoppietta tanto quanto nei romanzi maggiori e, dato che anche qui si parla di matrimoni e dell’arte di prendere la vita per il verso più gustoso , non ho potuto fare a meno di sentire riecheggiare in più di un’occasione Dona Flor e i suoi due mariti, da sempre uno dei miei romanzi preferiti.

I Turchi alla scoperta dell’America, che poi non erano “turchi ma arabi veraci” narra di un bel pasticcio: un uomo resta vedovo e vede installarsi al comando della sua prospera merceria uno dei suoi generi il quale ce la mette tutta, ma è un incapace totale. In più, siccome le disgrazie non vengono mai sole, alla dipartita della moglie gli resta ancora una figlia da maritare, la più vecchia e la più brutta.

Il fatto che una ragazza sia brutta non è una cosa grave poiché non c’è bruttezza che non possa essere mitigata da una certa disponibilità economica e dalla possibilità di entrare come socio nella disastrata ma pur sempre attraente merceria.

Per questo il padre, con l’aiuto di Raduan Murad “celibe, cinquantenne, più seduttore di tutti i ragazzi del mondo” , decide di mettersi alla ricerca di un uomo disposto a sposare Adma, non più giovanissima, mai stata bellissima, ma portatrice di un sicuro posto di comando in merceria.

Un affare, se non fosse che Adma ha un pessimo carattere.
Pessimo carattere, nella testa dei personaggi di Jorge Amado significa solo una cosa: essere una persona poco o punto incline a godersi i piaceri della vita. Tutti, dal letto alla buona tavola. E questo ne converrete è forse il peccato più grave che si possa compiere, al resto in qualche modo il rimedio si trova con un po’ di buona volontà. Passi che Adma sia brutta, ma che sia bigotta è intollerabile.

I due individuano due pretendenti e il gioco inizia: riusciranno i nostri eroi a convertire la dura Adma e liberare il povero padre dalla schiavitù di una figlia che lo maledice davanti a tutto il vicinato quando ritorna dal bordello cittadino?

Forse era troppo tardi e né il giovane Adib con la sua adolescenza di cammello, né il gigantesco Jamil Bichara con il suo smisurato arnese avrebbero potuto salvarla dalla follia, dalle pene dell’inferno, salvarla dalla maledizione di una incallita verginità e insegnarle nel letto l’amore alla vita. (pp. 59-60)

Sicuramente un romanzo divertente, dove Jorge Amado declina uno dei temi a lui più cari: non c’è difficoltà, non c’è condizione sociale che autorizzi a perdere la gioia di vivere. Ma si badi bene, non è certo una fiducia figlia di chissà quale promessa divina. L’attaccamento alla vita così coinvolgente dei suoi personaggi affonda a piene mani nei piaceri quotidiani e fisici intesi nel senso più pieno e senza inutili orpelli moralisti. Anche perché, fino a prova contraria, è la vita terrena l’unica che abbiamo.

Ma non basta, anche in questo “gioiellino narrativo” come lo definisce Luciana Stegagno Picchio, Jorge Amado riversa tutto il suo “grande amore per le donne. Belle e brutte: purché, naturalmente, donne[1].

Infatti non c’è secondo me un autore in grado di descrivere con più amore le donne. Amado delinea da sempre un universo femminile capace di fare e disfare il mondo, con un sorriso o con un seno appena intravisto, poco importa, quel che importa è che anche la materialità della carne non è mai volgare, ma ha sempre la sua ragione di esistere, ragione che generalmente consiste nel far felice se stessi e il prossimo.

 

Jorge Amado, I Turchi alla scoperta dell’Amerca, Garzanti, 1995

 

[1] Luciana Stegagno Picchio in Postfazione a I Turchi alla scoperta dell’America, Garzanti, 1998

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