Io non ci volevo venire qui

“Se avessi come amico Socrate, il vecchio ti porterebbe in giro per le case dei ricchi , tra cene e festicciole. Ti spiegherebbe l’arte dell’imbucata, di cui è stato uno dei maestri, e tra un otre di vino e un cosciotto d’agnello ti farebbe un sacco di domande a bruciapelo. Domande come «Cos’è la felicità?», e ti dimostrerebbe che sei un perfetto imbecille.
Se avessi a portata di mano Diogene, il sordido barbone ti direbbe, più o meno, che niente ha senso, ma che se ti sei messo in quella situazione per rimorchiare può capirti. Quindi vomiterebbe mezzo litro di Tavernello sulle tue scarpe e dovresti riaccompagnarlo a casa. Sotto il ponte, cioè, dove vive” (p. 43)

io non ci volevo venire_webAvete presente la famosa frase di Totò «Si dice che l’appetito vien mangiando, ma in realtà viene a stare digiuni»? Quando ho aperto questo libro mi trovavo proprio in questa situazione: tanto mi era piaciuto Cosa vuoi fare da grande che avevo fame e voglia di leggere questo, ma allo stesso tempo venivo da un periodo di digiuno da una narrativa così brillante e divertente. Talmente divertente da suscitare il disappunto di mia figlia.

Sull’ironia, per vedere se un libro funziona, la mia cartina di tornasole è mia figlia; lo so che non è  professionale ma funziona esattamente come i dolori articolari per la pioggia.
Mia figlia ha sei anni e quando vede sua mamma, cioè colei che teoricamente dovrebbe farle da guida nella vita, stringere fra le mani un libro e ridere fino alle lacrime, naturalmente si preoccupa. Molto severamente tenta di sequestrarmi il libro e con enfasi mi proibisce di leggere ancora libri così «ridonzoloni».

La storia racconta le vicende di un ragazzo che si trova a cercare disperatamente la sua strada ad un incrocio affollato da disoccupazione, false speranze e amici che suo malgrado lo coinvolgono nelle peggiori iniziative. Si va dall’allestimento di Molto rumore per nulla, alla realizzazione di un cortometraggio, fino all’esperienza più importante di tutte, un corso di scrittura creativa. Il tutto condito da pessimi gruppi post rock dai “nomi assurdi, garanzia di pezzi che anche suonati a volume basso fanno soffiare i gatti e imbizzarrire i cavalli” (p.62).

Meloni ci mostra il luccicante mondo degli pseudo-intellettuali che cincischiano di cinema alternativo pensando di avere le chiavi della cultura in mano. Perché il mondo della cultura è davvero gremito: troppi pensano di sapere qualcosa e drammaticamente troppi pensano di poter insegnare agli altri, vedi le scuole di scrittura creativa a cui di base non sono contraria, fin tanto si limitano ad insegnarti qualche mezzo e astuzia; ma sulle quali nutro dei seri dubbi quando si trasformano in fabbriche di sogni in scatola.

Quando ho letto Cosa vuoi fare da grande qualche «collega» blogger paragonava la scrittura di Baio e Meloni a Stefano Benni e su quel libro mi son trovata perfettamente d’accordo, ma qui Meloni che scrive in solitaria, va anche oltre Stefano Benni, sfoggiando un’ironia altamente corrosiva e lucida ma mai eccessiva o cattiva, sempre fra le righe, sottile oserei dire: un po’ come quando da bambini ci divertivamo a grattar via la vernice da una superficie solo per il gusto di vedere cosa c’era sotto.

L’ironia, son certa di averlo già detto altrove, è una finestra amarissima sulla realtà. Non è mai una risata scema, piuttosto è una specie di droga che ci fa arrivare prima la botta della realtà in cui viviamo. Questo libro parla della mia generazione, ovvero di tutti quelli i cui sogni sono finiti prima delle speranze. Riflettevo proprio su questo argomento leggendo The Terminal, il bel post di Mr. Incredibile che ho ospitato settimana scorsa, e pensavo che la sua amarezza è perfettamente giustificata per chi ha vissuto un momento della vita in cui tutto sembrava possibile e a portata di mano. A me e ai miei coetanei difficilmente poteva venire in mente: a noi nessuno ci ha mai fatto credere che potessimo avere qualche possibilità, nessuno ci ha mai dato un centesimo di fiducia e ora tutti ci aspettano al varco. Così finisce che si fa quel si può, ci si dibatte tra disoccupazione e pessimismo, viviamo sulla nostra pelle la schizofrenia di voler conciliare i nostri doveri con i nostri sogni, guardando di traverso tutti gli avvoltoi che ci girano sopra la testa, certi che non gli consegneremo il nostro scalpo nemmeno stavolta.

È un libro che vi consiglio di leggere, perché vi farà star bene, e vi confesso che ho fatto molta fatica per individuare le citazioni che di solito inserisco nelle recensioni, perché la cosa più giusta da fare era citarlo tutto. Non potendolo fare mi limito a indicarvi i due momenti della storia del nostro protagonista che a mio avviso proprio non possono essere trascurati: la realizzazione di un improbabile cortometraggio e l’esperienza della scuola di scrittura creativa.

Infatti questi due passaggi, insieme al finale di cui però taccio perché vi voglio bene, sono i punti più alti, dove più si ride e dove più si è portati a riflettere su cosa si intenda per cultura nel nostro paese, a cominciare proprio dalla scrittura la quale, sia detto per inciso, se è mal nutrita può diventare un mostro a sette teste.

“Alla fine giureresti che Beppe Bergomi è stato un onesto poeta dialettale, Paulo Roberto Falcão un esponente del realismo magico e Don DeLillo quel vecchio giocatore di baseball che si era preso una cotta per Marilyn Monroe” (p. 74)

Ridere non è peccato ma soprattutto ridere non è sinonimo di disimpegno. L’ironia è un’arte sottile che in pochi possiedono ma che può diventare anche una potente arma se è vero che “È dall’ironia che comincia la libertà” (Victor Hugo).

Angelo Orlando Meloni, Io non ci volevo venire qui, Del Vecchio Editore, 2010, edizione digitale 2013

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

  1. Un autore che non conosco, molto interessante la tua presentazione. Condivido le tue riflessioni, in particolare quella sull’ironia e sulla difficoltà di conciliare i doveri con i propri sogni.

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  2. Pingback: Rassegnissima | speraben

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