the Terminal

di Paolo Roverani

the terminalUna delle mie relazioni più durature e sincere è stata con i tabelloni delle partenze negli aeroporti.

Non quelli delle stazioni. Neppure quelli degli arrivi.
Solo ed esclusivamente i tabelloni delle partenze all’interno di un aeroporto. Meglio se vecchio stile, con le lettere che scorrono una dopo l’altra con quel fruscio meccanico che stride con il design delle lounge avveniristiche e frenetiche che rumorosamente li ospitano.

E ogni volta -senza esclusione alcuna- mi piazzavo lì sotto, naso all’insù, a leggere le destinazioni e immaginare che fossero… le mie.

Muscat, Jakarta, Ho Chi Minh, San Josè, Oslo.

Scorrevo la lista come il menù del ristorante preferito, dall’alto in basso. Con metodo.
Ne sentivo perfino i profumi. L’odore, in fondo, è il primo incontro di ogni viaggio, qualcosa che ti apparterrà per sempre, il souvenir con il miglior rapporto qualità/prezzo che non andrà perduto dentro uno scantinato anonimo.

Mi chiedevo come sarebbe stato, che vita avrei avuto, quanto avrei potuto viverci.
Se, se, se.

“Frrrrrrr!” poi il tabellone si animava, cambiava le carte sul tavolo e iniziava un nuovo giro di giostra.

Mexico City, San Diego, Beijing.

Il rumore di sottofondo spariva, l’aria viziata evaporava e io, semplicemente, non mi trovavo più lì.
Ero solo un lampione immobile nella lounge di un aeroporto.

Ho fissato molti tabelloni, sempre con il naso all’insù, in giro per il mondo.
Prima per piacere, poi per dovere. Spesso raggiungendo molte di quelle destinazioni che in qualche lounge avevo precedentemente immaginato. Ho anche trovato i miei hotel in un romanzo di successo e in un film di Woody Allen, vivendo con i protagonisti le atmosfere in 3D. Ma, soprattutto, quelle lettere sono diventate spesso qualcosa di più. Un’emozione.

Nonostante questo, “Frrrrrrrr!”, altro giro di giostra. Sempre interpretando, come un attore un po’ snob, il mio amato ruolo di lampione. Ma decidendo, nel tempo, di restare.

Kuala Lumpur, Bangkok, Buenos Aires …

.

L’altra sera ci siamo trovati a casa mia con il gruppo storico di amici per festeggiare Flavia, una cara amica brasiliana che non vedevamo da circa quindici anni e di passaggio a Firenze per lavoro. I Guerrieri erano presenti in forza, così come i ricordi delle scorribande serali, degli amori con le immancabili amiche e cugine che la venivano a trovare e le bottiglie di vino che davano verve ai racconti.

Flavia ci raccontava che in Brasile le cose andavano molto bene, la sua casa in due anni aveva triplicato il valore e che nel suo paese si respirava la stessa aria che respiravamo negli anni della nostra gioventù. L’aria frizzante di un futuro migliore.

Ma soprattutto la nostra amica ci ha colti di sorpresa nel rivelarci, con uno splendido sorriso, che lei aveva intenzione di tornare a vivere in Italia. Che avrebbe voluto crescere suo figlio qui, con le atmosfere e i valori che ci accompagnano quotidianamente e che lei, con il suo lavoro, non ha mai trovato al mondo la professionalità e la passione che sfoggiano i suoi fornitori italiani.

Noi la guardavamo con gli occhi sgranati. Come se stesse parlando di un altro paese, con invidia quasi.

Invece parlava di noi.

Io non so spiegare razionalmente cosa sia successo in questi anni. Soprattutto come abbiamo potuto permettere a noi stessi di non riconoscerci più in quello che siamo e in cosa possiamo essere. Come abbiamo potuto permettere a una classe dirigente  egocentrica, mediatica, inetta e photoshoppata, di portarci sull’orlo di quel baratro che è l’assoluta incapacità di riconoscere il proprio valore. Però di una cosa sono certo:

il peggior crimine non è stato vendere un sogno, ma rubarlo a chi ancora ne ha.

Oggi, se mi trovassi sotto quel tabellone, probabilmente non tornei a fare il lampione snob con il naso all’insù.
Qualsiasi destinazione andrebbe bene. Basta andar via da qui.
Dove gli altri vogliono tornare.

Almeno questo mi dà speranza.

Informazioni su Collaboratori di Aspettando il caffè

libri & sconfinamenti

  1. ce li hanno tolti tutti i sogni…

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  2. Ok mi fido della tua amica…. Ma mica è facile ….

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  3. Io i miei sogni me li tengo stretti per principio!

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  4. Quanto è bello, quel che scrivi.
    Il tabellone negli aeroporti, immagine molto familiare.

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  5. il peggior crimine non è stato vendere un sogno, ma rubarlo a chi ancora ne ha.
    Per esempio ai figli….

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  6. Pingback: Io non ci volevo venire qui | Aspettando il caffè...

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