La fabbrica della cura mentale

Non ho conosciuto i manicomi… la legge 180, trent’anni fa, li ha aboliti. Messi fuori legge. Illegali. Ora la crisi mentale acuta trova soluzione con il ricovero nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, meglio conosciuti come SPDC, piccoli reparti collocati nell’Ospedale Generale… Però non ho mai capito perché li hanno chiamati Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Come se avessero voluto enfatizzare che lo scopo del ricovero è fare per prima cosa la diagnosi, e dopo la cura. La cura ho detto. Non la detenzione. (p.27)

CiprianoRomanzo? Saggio? Diario? La fabbrica della cura mentale di Piero Cipriano non è nessuna di queste tre cose, ma allo stesso tempo le racchiude tutte e tre.
Personalmente non mi sono proprio posta il problema di capire a che genere appartenesse perché il libro è bello, e quando un libro è bello, tutto il resto sparisce. Lo stile, il genere e l’argomento magicamente si saldano e diventano una cosa sola. È quando ti trovi a leggere un libro scritto male che ti domandi se per caso non hai frainteso un romanzo per un saggio o viceversa, questa è la verità.

Del resto come si fa a raccontare, a descrivere la realtà degli SPDC? Quali sono le forme e le parole più adatte?
Il dottor Cipriano, con questo libro, ci fa entrare in un reparto di SPDC e riesce in modo esemplare a farci capire cosa sia la cura mentale oggi nei nostri ospedali, senza salire in cattedra e contemporaneamente, pur mantenendo una côté letteraria, senza perdere l’autorevolezza dell’addetto ai lavori.

Il riluttante, così si definisce la voce narrante nel libro, ci conduce attraverso una profonda riflessione sul lavoro dello psichiatra, sui presupposti che storicamente hanno fatto nascere i manicomi e sul perché la legge Basaglia quando è disattesa crea “manicomietti” nei nostri ospedali. Un po’ come dire che Il sonno della ragione genera mostri.

In particolare si affrontano i nodi più spinosi della professione psichiatrica, e il riluttante si domanda perché si continui a legare i pazienti al letto per giorni e giorni e soprattutto perché il TSO, teoricamente ultima opzione a disposizione del terapeuta, nei fatti è una pratica ricorrente, quasi un’abitudine consolidata. Inoltre i termini “diagnosi” e “cura” vengono ampiamente discussi, mostrando i limiti di entrambi, poiché ancora connessi a teorie e pratiche di incerto o nessun risultato, come l’elettroshock che non si fa SPDC ma che è comunque prescritto dagli psichiatri ed eseguito in confortevoli case di cura.

Gli argomenti evidentemente sono forti, ma come dicevo in apertura, altrettanto vigorosa è la forma con cui sono narrati. Una prosa bellissima da cui non ci si stacca facilmente, senza contare che il personaggio del riluttante, psichiatra basagliano che quotidianamente cerca di portare avanti le sue idee in un reparto a lui avverso, ipocondriaco e con attacchi di panico, fa onestamente simpatia; lo stai ad ascoltare volentieri perché in tasca ha più dubbi che certezze, e dubitare spesso è salutare.

Ma la narrazione in questo testo assume anche un altro valore. Richiamando quanto affermava Basaglia, o si è inventori o si è narratori, il riluttante dichiara: “Solo la possibilità di narrare, forse, gli rimane” (p. 75) e più avanti “…quasi quasi la scrivo. Come se la mia rivolta potesse essere tutta qua.” (p. 108). Il racconto diventa protesta, un gesto al tempo stesso liberatorio e di denuncia. Nel descrivere, nel raccontare, si può mettere in atto una rivolta: è una presa di coscienza, privata e pubblica; e la narrazione, col suo potere di tramandare ad altri, recupera in questo senso il valore sociale delle storie trasmesse oralmente.

Sapere è sempre meglio di non sapere. Se un giorno mi “dovesse capitare di andare fuori di testa” (cap. 5) non vorrei finire legata ad un letto; vorrei trovare un reparto no restraint e magari un medico che non si fida solo dei farmaci e delle fasce per la contenzione.
Perché luoghi dove non si calpesta l’individuo esistono e li ha creati la Legge Basaglia; non sono molti ma il libro di Cipriano ci racconta anche queste realtà e ci ricorda che vi sono approcci diversi al malato e alla cura mentale, ma soprattutto ci rammenta quanto amava ripetere Basaglia, ovvero che la libertà è terapeutica.

Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale, diario di uno psichiatra riluttante, Elèuthera editrice , 2013

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libri & sconfinamenti

  1. marina

    Come sempre, dopo aver “gustato” una tua recensione viene voglia di leggere il libro in questione!!!!

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  2. Pare che sia davvero una figata, lo metto nella mia lista!!

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  3. Hai scritto una verità sacrosanta:”Personalmente non mi sono proprio posta il problema di capire a che genere appartenesse perché il libro è bello, e quando un libro è bello, tutto il resto sparisce.”
    Non potrei essere più d’accordo con te e ammetto che questo libro, forse anche per la mia esperienza personale, mi incuriosisca molto 🙂
    Ti ringrazio per la bella recensione davvero e, visto che facciamo lo stesso “lavoro”, se ti va di farti incuriosire, il mio blog ti aspetta!!:)
    A presto,
    Eva

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