Capaci di intendere e di volere

L’applicazione estensiva del citato primo articolo della Legge del 1904, collocava altresì queste strutture [i manicomi] in un ambito giudiziario-poliziesco destinato al controllo anche di soggetti sociali che niente avevano a che vedere con la malattia mentale quali ribelli all’ordine costituito, emarginati, donne fuori dalla morale dominante, omosessuali, alcolizzati, anziani e persino bambini (p.21)

mr_capacidintendereIl titolo di questo libro dice già molto, il resto lo si deduce ampiamente dal sottotitolo: «la detenzione in manicomio degli oppositori al fascismo». Infatti l’autore, attraverso una ricerca fondata principalmente sui fascicoli del Casellario politico centrale (Cpc) e sui documenti che iniziano ad emergere dagli archivi dei manicomi, si propone di sottrarre dall’oblio della storia le vicende di quanti furono internati in un manicomio per motivi politici, o supposti tali.

Fra le varie forme di repressione adottate dal regime fascista, quella “psichiatrica” a tutt’oggi resta sostanzialmente poco conosciuta, personalmente quasi ignorata se si escludono i casi più clamorosi; e questo molto probabilmente perché ancora ammantata da timore e vergogna.
Pertanto, questa interessante ricerca ha il merito di tentare una sorta di ricognizione sulla portata di un fenomeno, i cui numeri rischiano di essere senza dubbio maggiori di quanto sino ad ora accertato.

Sebbene i documenti presi in esame riguardino principalmente il periodo del regime fascista, sorprendentemente si apprende che la pratica di rinchiudere i manicomio persone scomode risale a molto prima del ventennio. Infatti, sulla base delle teorie deliranti di Lombroso, gli anarchici conobbero l’esperienza del ricovero coatto in manicomio ben prima dell’avvento del fascismo, ma non furono i soli. Anche molti garibaldini, briganti e reduci della prima guerra mondiale passarono da questa esperienza.

Purtroppo però questa pratica evidentemente, non si esaurisce del tutto con la fine della dittatura, come testimoniano le tristi vicende di Carol Lobravico e Francesco Mastrogiovanni, morti in manicomio, rispettivamente nel 1970 e nel 2009, a seguito di vicende che nulla avevano a che vedere con la salute mentale.

Tuttavia è fuor di discussione che l’internamento di persone “scomode” subì un’impennata durante il fascismo, e molti, moltissimi italiani scontarono in manicomio la loro avversione al regime, fossero anarchici, comunisti, socialisti, repubblicani; oppure donne fuori dagli schemi, antinazionali o semplicemente persone che hanno osato dire quel che pensavano.

Quel che risulta essere certo, a partire da questa ricerca e dai documenti in essa riportati, è come nessuna delle persone perseguitate sia stata tradotta in manicomio per reali problemi mentali anzi, casomai questi insorgevano, come ben si può immaginare, a seguito dei “trattamenti” subiti in manicomio (elettroshock, lobotomia, e quant’altro) oppure a causa delle violenze e torture patite durante gli interrogatori, o ancora come conseguenza delle percosse inflitte dagli squadristi.  A questo temo  non ci sia bisogno di aggiungere che la maggior parte degli internati abbandonò il manicomio solo con la morte.

D’altro canto è altrettanto evidente che per intercorrere in esperienze repressive che andavano dal carcere al confino, fino all’internamento in manicomio non era neanche necessario dichiararsi o essere riconosciuti come anarchici o comunisti. Era sufficiente una frase ingiuriosa verso il ritratto del duce, oppure dichiarare la propria avversione verso la guerra in Abissinia o, infine, dimostrarsi contrari all’intervento in guerra a fianco della Germania.

Purtroppo è una sequela di storie tremende, persone che hanno pagato cara la loro avversione al fascismo, talvolta sovversivi loro malgrado, taluni perfino inconsapevoli, colpevoli solo di una frase (“Potrebbe lavorare anche Mussolini” cfr. p.43), di un gesto (allestire una biblioteca itinerante, cfr. p.49), o semplicemente perché poveri, donne, zingari o ebrei.

Nel capitolo dedicato alla situazione femminile si segnala come proprio con l’avvento del fascismo le donne comincino ad essere schedate e tradotte per lo più in manicomio; poiché bisognava proprio essere folli per non volere una famiglia, mancare di rispetto all’autorità paterna, avere capacità critica oppure tentare di uccidere il duce.

Del resto è proprio questo il nodo della questione: bollare chi non si allinea come “folle” mette fuori gioco non dà alcuna possibilità di replica. Oltretutto all’interno dei manicomi non si doveva certo rendere conto della vita e della morte degli internati. Quasi una licenza di uccidere.

Alla fine del libro resta la follia, ma non quella degli ospiti dei manicomi; piuttosto la follia degli psichiatri che refertavano “epilessia politica” o “follia bolscevica”, la follia delle parole di Lombroso il quale a modo suo aveva indicato la strada: “i martiri sono venerati: dei matti si ride – ed un uomo ridicolo non è mai pericoloso”.

 

Marco Rossi, Capaci di intendere e di volere, la detenzione in manicomio degli oppositori al fascismo, Zero in Condotta, 2014

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  1. Brava, hai fatto una recensione veramente interessante. I danni che ha provocato il fascismo sono vergognosi e incalcolabili, ed è giusto farli conoscere il più possibile, anche alle nuove generazioni.

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