Buffalo Bill a Venezia

«Eh ho fatto un po’ di baldoria, stanotte».
«Anche i turisti, al ristorante messicano qua sotto. Ma uno l’hanno sistemato. S’era addormentato sulla fondamenta e l’hanno acciuffato e buttato in acqua…»
«Sta scherzando?»
«Ma no! Tutti i veneziani ne hanno almeno uno, seppellito sotto, nell’orto»
«Ma cosa?»
«Un turista»
«Anche lei?»
«Ciò!» (pp. 186-7)

Buffalo-Bill-a-VeneziaLo avevo detto che avrei parlato ancora di Venezia, ma a dire il vero non avevo proprio intenzione di leggere questo libro qui. In effetti ero andata in biblioteca con l’intenzione di prendere Si fa presto a dire Adriatico, se non che il libro era già in prestito.

Ormai che ero lì, e colta da un improvviso quanto imbarazzante senso di colpa per non aver mai letto niente di Ervas, ho portato a casa Buffalo Bill a Venezia non prima di aver a lungo soppesato anche l’altro romanzo  disponibile: Finché c’è prosecco c’è speranza.

Di gialli e di investigatori pullula ormai la letteratura nazionale e il rischio di inflazione e di dejà-vu sempre dietro l’angolo. Ma questo romanzo ha due assi nella manica non da poco: l’ambientazione veneziana fuori dagli stereotipi e la tipologia delle vittime, turisti stranieri.

Suvvia, cari cittadini di qualsiasi luogo culturale e turistico battuto in lungo e in largo da orde di ospiti quotidiani, davvero non avete mai avuto il desiderio di dirne quattro a qualcuno? Beh, nel romanzo questo sentimento evidentemente si complica ed ecco spuntare un castigatore di turisti, “l’omo de note”, che non perdona cialtroneria, maleducazione e stupidità. Un colpo e via, giù in laguna a controllare lo stato di conservazione delle palafitte.

L’idea di avere un pazzo che gira per le calli giustiziando i turisti toglie il sonno al povero ispettore Scarpa, il quale decide di farsi aiutare dal suo vecchio collega Stucky, veneziano, ma da tempo in forze alla questura di Treviso.

Da qui in poi si dipana la storia poliziesca, oppure è da qui in poi che ho iniziato a perdermi: ancora ubriaca della bellezza del viaggio fatto a Venezia, è stato un piacere farsi portare in giro per le calli dall’ispettore Stucky, lasciando scivolare in secondo piano chi stesse inseguendo e perché. Del resto, ditemi voi se esiste una città migliore di Venezia per perdersi, una città dove mollare gli ormeggi e lasciarsi trasportare sia così bello.

Ervas del resto sa il fatto suo: fuori da tutti i luoghi comuni ci mostra gli angoli bui di Venezia e dei veneziani; e ci fa anche sorridere, se non addirittura ridere di gusto con le mattane dei turisti.

“Barbari che si muovono da seduti, incapaci di muoversi camminando…e quel che è peggio con le scarpe sbagliate… Con gli scarponi nelle basiliche, con le scarpe da ginnastica sui vaporetti e si sente che sono da ginnastica… che cascano anche i colombi dai cornicioni da quanta ginnastica avete fatto dentro quelle scarpe! Scarpe trascinate da fare solchi, scarpe slacciate,… e, soprattutto, scarpe con i tacchi, che devi aver preso una laurea in anatomia del bradipo e in economia del ritardo agli appuntamenti, per venire a Venezia con i tacchi!” (p. 156)

Alla fine però l’ispettore ha acciuffato anche me: ho ripreso in mano le redini del giallo e sono stata felice, ancora una volta, di stupirmi del finale, perché non so voi, ma a me un po’ dispiace per quelli che a metà libro già sanno chi è l’assassino.
A me non capita mai, sarà che forse non son proprio una cima in questo, comunque sia, state sereni: l’assassino non è il Gondoliere.

Fulvio Ervas, Buffalo Bill a Venezia, Marcos y Marcos, 2009

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

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