Noventa, Gò lassà cascar…

Torcello

Sono appena rientrata da un giro in quel di Venezia ed ora prevedo che per molti post a venire vi tormenterò con questa storia. Abbiate pazienza, o almeno pietà!

Questa volta però, dopo molti passaggi nella Serenissima, ho finalmente capito cos’è che mi piace tanto, così tanto che, potendo, potrei anche andarci a vivere.

Voglio dire, storia, bellezza, quel tanto di decadenza figlia di una gloria perduta, non mancano nemmeno a Firenze, per cui non sono certo questi gli elementi che mi attraggono. Alla fine ho capito che è proprio l’acqua, la laguna che mi piace, mi rilassa, mi mette in pace col mondo. Ho avuto questa rivelazione a Torcello, mentre facevo scivolare lo sguardo sul pelo dell’acqua ed il sole faceva il suo tramontando con dolcezza.

Se non ci fossero state altre esigenze, avrei potuto tranquillamente passare tutto il tempo sui vaporetti (quasi deserti in questo periodo), nella dimensione di viaggio che poi mi è più congeniale: ossia non tanto “arrivare” quanto “muoversi”, non so se riesco a spiegarmi.

È stato così che sull’acqua e sul filo di questi ragionamenti, mi sono spuntate in testa, quasi da sé, le parole di Giacomo Noventa (1898-1960). Facile, penserete voi; mica più tanto, ribatto io. Poiché il poeta in lingua veneta più famoso del novecento è senz’altro Andrea Zanzotto, mentre Noventa è veramente troppo poco conosciuto, se non trascurato, purtroppo.

Una volta tornata a casa, sono andata subito a rileggermi alcune delle mie poesie preferite e vorrei condividere con voi questa perché da sempre mi piacciono e mi fanno riflettere due semplicissime verità che essa contiene: ovvero che l’odore del mare non si portarselo via, e che troppo spesso noi siamo amici di tutti, meno che di noi stessi.

Gò lassà cascar…

Gò lassà cascar una rosa nel mar,
Stravià che gèro!
La gò çercada po’ un toco e vardando
Ogni giossa portava una rosa,
Tuto el mar me xé parfumà.
Ah el profumo del mar no’ se pol
Portarselo via!
Forse più me valeva una rosa.
Forse i omeni ingenui val più
Che un poeta.
Mi son l’amigo de tuti nel mondo,
E de tuto.
De mi stesso, no.

Traduzione:

Ho lasciato cadere…

Ho lasciato cadere una rosa nel mare,
Distratto che ero!
L’ho poi cercata per un pezzo e guardando
Ogni goccia portava una rosa,
Tutto il mare mi si è profumato
Ah il profumo del mare non si può
Portarselo via!
Forse mi valeva di più una rosa.
Forse gli uomini ingenui valgono più
Di un poeta.
Io sono amico di tutti al mondo
E di tutto.
Di me stesso, no.

Se avete voglia e tempo, vi invito a leggere altre poesie di Giacomo Noventa, sono certa che resterete anche voi affascinati dal suo linguaggio poetico, che per me da sempre ha il gusto delle confidenze ascoltate a tarda notte in una qualche osteria, tra vino e cibo semplici ma dal sapore di casa.

Traggo la poesia e la traduzione da un’opera che a mio parere dovrebbe stare nelle case di tutti, ossia Poeti italiani del Novecento a cura di Pier Vincenzo Mengaldo. Un’antologia davvero straordinaria che permette di fare un’ampia panoramica sulla poesia italiana del novecento. Inoltre è corredata da note biografiche brevi ma complete, nonché introduzioni critiche alla lettura di ciascun poeta davvero di altissimo livello accademico.
Giacomo Noventa, Gò lassà cascar…, in Poeti italiani del Novecento a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Edizione Oscar Mondadori Poesia, 1990 (Iª edizione, Arnoldo Mondadori Editore, 1978, I Meridiani).

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

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