Il porto delle nebbie

Quella notte sarebbe finita male, nel freddo e nella miseria, più immonda della rapina (p. 27)

il porto delle nebbieNon so quali aspettative nutriate voi verso questo blog, tuttavia sono certa che qualcuno lo deve  pur aver pensato: “Dacci un libro bello, ma bello, da regalare a Natale e fare un figurone”.
Per quelli che lo hanno pensato, ma anche per quelli che non lo hanno fatto, ecco a voi Il porto delle nebbie di Pierre Mac Orlan.

Il libro fu pubblicato nel 1927 e nel 1938 Marcel Carné ne trasse, con la sceneggiatura di un certo Jacques Prévert, il celebre film con Jean Gabin. In Italia arrivò nel 1944 e, sebbene “quai” (Le quai des brumes è il titolo originale del romanzo) non abbia niente a che vedere con “porto”, da noi venne pubblicato con questo titolo per un infelice incastro di traduzioni.

Prima di leggerlo però, oltre a non cercare nessun porto (non ve ne sono, la vicenda è ambientata a Montmartre), vi prego di mettere da parte il film, che per quanto bello resta un adattamento piuttosto libero, e di ignorare il romanzo omonimo di Simenon.

Sgombrato il terreno da tutto questo, lasciatevi rapire dalla vicenda: cinque personaggi si incontrano per caso nella taverna del Lapin Agile durante una forte nevicata notturna. I cinque, un macellaio, una prostituta, un giovane squattrinato, un pittore e un soldato in procinto di disertare, si incrociano soltanto, le loro vite non entrano mai realmente in relazione l’una con le altre, ma il Lapin Agile è il punto di partenza da cui si dipanano cinque esistenze borderline tra miseria, disperazione, delitti e altro ancora.

Non a caso Guido Ceronetti propone di tradurre il quai del titolo in “crocevia”: i cinque si incrociano soltanto, il Lapin Agile funge da punto di intersezione, ma ognuno di loro, dopo quella notte, proseguirà lungo la propria direttrice.

Come dicevo, il romanzo è ambientato a Montmartre negli anni ’20 ma non è una cartolina stereotipata della Parigi di quegli anni, in esso è rappresentato molto lucidamente il rovescio della medaglia della Belle Époque: non c’è luccichio né frenesia, ma c’è la miseria, la disperazione di chi non trova lavoro e di chi tenta con ogni mezzo, anche illegale, di sbarcare il lunario. Infine c’è il cafard, il magone, che affligge in prima battuta il soldato (insieme a Nelly uno dei personaggi meglio riusciti), ma di cui certamente tutti gli attori di questa vicenda sono vittime.

A mio avviso è significativo che il jazz, musica che contrassegna quegli anni, compaia nel romanzo solo alla fine, quando la piccola Nelly a suo modo, si guadagna un posto in società; in quella società dove sotto lo splendore e la fiducia nel progresso si covavano già l’antisemitismo, i campi di concentramento, le dittature e la seconda Guerra Mondiale.

A quell’epoca l’Europa dormiva beata come un ipocrita animale da preda, e l’umanità pensava cose scriteriate, con il tacito consenso dell’animale addormentato. (p. 102)

Céline afferma che Mac Orlan “aveva già visto tutto, capito tutto, inventato tutto…” e non posso che esserne d’accordo. Ad esempio la storia di Nelly è mirabolante: una donna senza particolari doti o virtù che semplicemente prende coscienza di sé e del suo potere, facendo di se stessa quel che vuole. Non ha bisogno di nessuno, neanche di un protettore e alla fine è lei la sola ad arrivare, in qualche modo, in fondo a questa storia.

Viveva in modo modesto, da piccola borghese della prostituzione, perché la grande miseria, i cui ricordi appartenevano alla Nelly morta, proteggeva quella viva dagli eccessi della fantasia (p. 101)

Ho letto varie analisi estremamente acute di questo libro, prima fra tutte l’interessantissimo saggio di Guido Ceronetti, ma in nessuna di queste ho trovato accenni allo stile di Mac Orlan.

Purtroppo questo è il primo libro che leggo di questo prolifico autore (tradotto pochissimo in italiano) e non so dirvi se si tratti di una sua cifra stilistica o se questo è solo un lavoro particolarmente ben riuscito, propendo tuttavia per la prima ipotesi, in quanto una simile maestria difficilmente si raggiunge con colpi di fortuna.

Infatti ho trovato lo stile di questo romanzo poderoso ma essenziale, asciutto direi.
Non aspettatevi aggettivi gettati a pieni mani, ma pennellate precise che restituiscono giusto l’essenziale dei personaggi, dei luoghi e della vicenda. Mac Orlan ha un forte senso di sintesi ma non è povero, anzi. Sembra che abbia premura ad usare troppi aggettivi o parole nella vicenda che sta raccontando, facendomi tornare alla mente le parole di un altro maestro della letteratura francese, Théophile Gautier il quale,  a proposito del misero castello del barone di Sigognac, scriveva:

… pareva, quell’insieme, non già una pittura, ma lo spettro d’una pittura; tanto che a parlarne ci vorrebbero le ombre delle parole: i vocaboli soliti paiono, per questo specifico scopo, troppo sostanziosi. (Théophile Gautier, Il Capitan Fracassa, Bur, 2000, p. 54)

Mi rendo conto che si entra nel campo dei gusti personali, ma ho apprezzato tantissimo la capacità di Mac Orlan di evocare pur restando dentro all’essenziale, lasciando sospeso nell’aria quel tanto che basta per dare spazio alla nostra immaginazione e alla nostra riflessione.

Resta da capire come il romanzo abbia potuto passare le maglie della censura italiana nel 1944, già che oltralpe, tanto il film quanto il romanzo, non erano ben visti.

Forse come propone Ceronetti gli incaricati della censura vedevano in queste tristi vicende solo il preludio della disfatta francese, io più banalmente penso che lo avessero preso solo per un’ennesima storia noir già stereotipata nelle loro teste e non ne hanno colto la portata. Oppure chi di dovere in quel frangente dormiva, del resto, come afferma Orazio, capitava perfino al grande Omero.

 

Pierre Mac Orlan, Il porto delle nebbie, Adelphi, 2012

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libri & sconfinamenti

  1. Wow.. mi hai incuriosita davvero!
    Luna

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  2. Pingback: Piccolo manuale del perfetto avventuriero | Aspettando il caffè...

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