Tefteri, il libro dei conti in sospeso

TefteriTefteri viene presentato come il resoconto del viaggio che Vinicio Capossela ha compiuto in Grecia nel 2012, l’anno nero della crisi, delle rivolte e dei doveri imposti da Berlino, ma questo è riduttivo, estremamente riduttivo. Il racconto del viaggio in Grecia c’è, ma a partire da questo si vola in alto, addentrandoci in temi universali trattati contemporaneamente con profondità e leggerezza, dote che solo un grande artista possiede.

Non è un diario di viaggio in senso stretto, sono appunti, pensieri, voci raccolte nelle taverne o per strada che poco a poco costruiscono lo scenario di un popolo non domo che attraverso le difficoltà si trova a riscoprire se stesso e forse qualcosa di più sul valore della vita.

La ricchezza deve essere messa al centro di noi, fare di noi qualcosa che non può essere comprato, che non dipende dalla congiuntura economica. Costruirci come uomini. Ci vuole tanto lavoro per fare un uomo con una coscienza (p. 139)

In questo libro ci si domanda che uomini siamo e che uomini vogliamo essere; Capossela ci mostra come il popolo greco metta in discussione il proprio modo di vivere e si ribelli, anche attraverso la musica.

Tefteri parla della vita e della morte, e lo fa con lo stile asciutto di chi ha sofferto, di chi conosce tanto l’una quanto l’altra sponda. Non c’è nulla a questo mondo che ci faccia fratelli quanto la sofferenza. Non una nazionalità, non una lingua, non una religione: solo la sofferenza, il dolore, l’essere stati sradicati ed emarginati ci fa subito riconoscere come compagni di strada, sopravvissuti della stessa guerra. Il fado, il tango, il rebetiko parlano tre idiomi differenti ma un’unica lingua in cui ciascuno di noi si riconosce.

Per questo, pur partendo dalle testimonianze sulla crisi il discorso si fa poi più ampio alla ricerca di cosa realmente in noi ha portato alla crisi: dall’aver creduto necessario vivere secondo i modelli imposti dal consumismo, all’aver semplicemente perso di vista la parte più “dionisiaca” della nostra vita.

Del rebetis mi ha sempre affascinato l’idea che non avesse bisogno di altro, che non facesse dipendere la propria felicità che da quello che era nella sua disponibilità. E cioè un modo di comportarsi, un pacchetto di sigarette, cuore per cantare, amici in mezzo ai quali poter essere soli. (p. 116)

Capossela ci porta per mano nel mondo del rebetiko e dei mangas, ci accompagna nelle taverne, ci guida nella scoperta degli strumenti, degli stili diversi, ci fa conoscere figure leggendarie e ci sussurra all’orecchio i testi delle canzoni senza mai salire in cattedra. Ci invita ad essere suoi compagni di viaggio, per questo ci apre il suo taccuino e ci spalanca le porte di una musica che “che non invita a essere migliori, ma solo a essere se stessi.” (p. 153).

Un libro intenso, profondo, da consigliare, da regalare, da tenere sul comodino e da sfogliare tutte le volte che se ne sente il bisogno. Mi dispiace solo che tutto quello che ho provato leggendolo non mi ci sta in questa modesta recensione; troppe le cose su cui mi ha fatto riflettere e troppo bello lo stile di Capossela per potervelo sintetizzare qui.

Basti dire che mi sono sentita “a casa” a cominciare dal caffè, il caffè turco per l’esattezza che nel libro non solo avvalora l’esperienza dell’attesa, ma diventa metafora di come gli aspetti della vita considerati comunemente meno nobili siano strettamente necessari ad essa:

Il caffè per berlo devi saper aspettare. Più aspetti e più è buono. Ma non ci vuole solo il buono, ci vuole anche il marcio. Il meglio è più in basso, è nella melma, come quello che rimane nel fondo del caffè. È amaro, ma hai bisogno anche dell’amaro. Poi lo giri ed esce la verità. Senza il basso non c’è niente. La vita deve essere difficile per poter salire al cielo. E la soddisfazione ti impedisce di migliorare. (p. 135)

Tutto questo non a caso mi fa venire in mente i versi finali di Mar Portugues di Pessoa:

Valeu a pena? Tudo vale a pena                             Valse la pena? Tutto vale la pena
Se a alma não é pequena                                            Se l’anima non è meschina
Quem quer passar além do Bojador                     Chi vuole passare oltre il Capo Bojador
Tem que passar além da dor.                                  Deve passare oltre il dolore
Deus ao mar o perigo e o abismo deu                  Dio dette al mare il pericolo e l’abisso
Mais é nele que espelhou o ceu.                            Ma è in esso che rispecchiò il cielo

Sono tante cose per un libro piccolo in fondo; non per nulla “tefteri” è una parola turca che serve ad indicare il libretto dove si segnavano i conti del negozio di alimentari, ovvero “il libro dei conti in sospeso” come recita il sottotitolo. Che bello mi è venuto subito da pensare, chi di noi non ha conti in sospeso con la vita e sopratutto con la morte?

Vinicio Capossela, Tefteri, il libro dei conti in sospeso, Il Saggiatore, 2013.

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

  1. il mio prossimo acquisto!

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