Chet Baker. La lunga notte di un mito

Chet+Baker-1Ad oggi non ho ancora trovato niente che faccia il paio con le mie giornate storte come la tromba di Chet Baker. Lo so, può sembrare una cosa scontata, un cliché, eppure tutte le volte che sprofondo nella tristezza e sento che si avvicina una di quelle giornate in cui bisogna attraversare a fari spenti rabbia e nervosismo, finisce sempre che cado nella sua musica e nella sua voce.

Per questo motivo era da tempo che desideravo saperne un po’ di più della sua tormentata esistenza ed in particolare m’incuriosivano i suoi anni trascorsi in Italia, uno dei quali passato in carcere a Lucca.

Fra le molte biografie in circolazione ho scelto quella di James Gavin che mi sembrava fra le più complete e la più ricca di testimonianze di persone vicine al musicista.

Sono abbastanza contenta della scelta fatta, sebbene, a mio avviso, in certi momenti l’autore si faccia prendere la mano con certe divagazioni o interpretazioni un po’ troppo romanzesche per i miei gusti, ma capisco anche la sua necessità di tener incollato il lettore alla pagina, sebbene nella vita di Baker cose da raccontare non manchino di certo.

Sia come sia, la biografia, che si apre con il surreale funerale di Chet Baker, descrive accuratamente la vita del grande trombettista: dalla famiglia d’origine alle prime esperienze con la musica, l’affermazione, gli amori, i figli, i dischi, i concerti, i colleghi e tanta, tantissima droga. Be’, se è vero che non si potrebbe parlare di Marilyn Monroe senza menzionare Ferragamo, purtroppo non si può parlare di Chet Baker, senza la droga.

Per questo motivo, se come me a monte si è partiti dall’ascolto della musica di Baker, e poi si comincia a leggere della sua vita, può succedere che si provino due sentimenti: stupore e disgusto. Stupore per il suo talento, la sua facilità con la musica, il suo stile inconfondibile e capace di incantare ancora oggi; e disgusto per le carrettate di droga che sono scorse nelle sue vene, l’incapacità di gestire qualsiasi tipo di rapporto umano e non ultimo la tendenza ad iniziare le sue compagne alla droga.

Certo non ci si può aspettare che una persona con problemi di droga sia un eccellente padre e marito amorevole, però vi assicuro, pur non considerandomi uno stomaco debole, in più di un’occasione ho dovuto cedere e mettere il libro da parte. Avevo letteralmente la nausea nel leggere della continua ricerca di vene buone per farsi dopo anni di abuso, oppure di tutti gli escamotage che Chet e i suoi colleghi usavano per procurarsi la roba, mettendo a rischio non solo la loro vita ma anche il loro talento.

E siccome al peggio non c’è mai fine, c’è un’altra cosa che rattrista ulteriormente: tutti i personaggi che girano intorno al musicista sono figure ambigue che non si sono fatti scrupoli ad approfittare di lui, così come il trombettista, purtroppo va detto, non si sia mai fatto troppi problemi a mettere nei guai chi gli stava accanto.

Dispiace, anche perché come in tutte queste tristi storie, durante la sua vita ci sono dei momenti in cui viene da pensare che forse ce la poteva fare, ma niente, alla fine è un volo dalla finestra di un albergo di Amsterdam a portarselo via, chissà se per sua precisa volontà, o se semplicemente caduto perché in balia di chissà che cosa.

Se si riesce a resistere al fiume di droga e di disperazione, il libro ci lascia anche delle descrizioni molto accurate degli ambienti jazzistici frequentati da Baker: dai club newyorkesi, agli ingaggi sulla West Coast, fino alla sua consacrazione in Europa. Estremamente interessanti poi sono le testimonianze relative ai musicisti con cui Baker ha suonato, tra le quali la più commovente è quella su un certo Charlie Parker.

Gli anni di Baker in Italia sono ricostruiti bene, anche se a tratti con un po’ d’ingenuità, ed anche qui il dato degno di maggiore attenzione è il suo rapporto con i giovani musicisti italiani dell’epoca, che veneravano il trombettista americano, e che poi, forse grazie anche a quest’incontro, sarebbero diventati nomi affermati.

Alla fine, chiudendo questo libro resta un forte senso di desolazione per come un artista, l’ennesimo, si sia sostanzialmente rovinato con le sue mani.

Ma la desolazione dopo un po’ passa e la sua musica resta.

James Gavin, Chet Baker. La lunga notte di un mito, Baldini & Castoldi, 2002

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

  1. Marina

    Ascoltando la tromba di Chet Baker in – The art of the ballad – non posso che essere d’accordo con te. E’ perfetta per le giornate storte e anche per dare un valore aggiunto a quelle dritte! Meravigliosa musica.

    Mi piace

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