In culo al mondo

antunesOs cus de judas, letteralmente “in culo al mondo”, è un’espressione portoghese che di usa per indicare un luogo lontano, disperso, dimenticato da Dio e da gli uomini. Non un luogo di ritiro ascetico, un rifugio per mettere in stand-by il delirio del mondo, ma un posto, spesso non scelto da noi, dove ci si sente davvero fuori da ogni cosa e dove se possibile il delirio del mondo può acutizzarsi ulteriormente. In culo al mondo, per l’appunto.

E mai come in questo caso un titolo di un romanzo fu mai tanto azzeccato. Infatti, non pensate che il traduttore si sia preso, come talvolta accade, chissà quale licenza. No, António Lobo Antunes ha realmente intitolato così il suo romanzo pubblicato nel 1979.

Beh, immaginate di essere spediti in Angola, durante le guerre coloniali portoghesi come medico di campo: quel posto lì, dove siete stati spediti a forza per difendere un fantomatico impero che si sta sgretolando sotto i vostri piedi, voi come lo chiamereste?

Le guerre coloniali portoghesi (1961-75) sono state l’ultimo colpo del regime fascista di Salazar che non ha esitato a spedire migliaia di giovani portoghesi a combattere una guerra persa in partenza nella folle idea di “conservare” la gloria dell’impero portoghese che fu.

In questo romanzo che più di trent’anni sulle spalle ma che nulla ha perso della sua freschezza, gli  orrori e le atrocità della guerra vengono raccontati con uno stile assolutamente particolare e che costituisce la cifra stilistica dell’autore. Infatti sono certa che chi lo dovesse leggere adesso per la prima volta ne resterà un po’ spiazzato, ma vale la pena tentare perché il romanzo è un capolavoro della letteratura portoghese contemporanea.

Permea tutto il romanzo una dura e aspra critica sia verso la guerra sia nei confronti del regime che ad essa lo obbliga. Si tratta di una critica aperta e chiara, volutamente e ferocemente ironica che si avvale anche di termini e metafore del cristianesimo, i cui esponenti di maggior rilievo  hanno appoggiato o,  se si preferisce, non si sono chiaramente opposti alla dittatura.

«Le signore del Movimento Nacional Feminino arrivavano ogni tanto per distrarre i visoni della loro menopausa distribuendo medaglie della Madonna di Fátima e portachiavi con l’effigie di Salazar, il tutto accompagnato da padrenostri nazionalisti e da minacce dell’inferno biblico di Peniche, dove gli agenti della PIDE superavano in efficacia gli innocenti diavoli che tenevano il forcone in mano dai tempi del catechismo.» (p.19).

E così l’inferno non è quello trascendentale appreso con il catechismo e che secondo i casi ci attende o meno dopo la morte; esso si può conoscere già in vita e nello specifico si trova a Peniche uno dei luoghi in cui venivano rinchiusi gli oppositori politici del regime e dove i solerti agenti della PIDE (sigla che sta per Polícia Internacional e de Defesa do Estado, ovvero la polizia politica del regime salazarista creata nel 1932) superavano in efficienza addirittura gli innocenti diavoli dell’inferno propriamente detto.

Ma c’è anche un altro aspetto da non sottovalutare. Il romanzo è strutturato come un monologo che il nostro protagonista rivolge ad una sconosciuta incontrata per caso in un bar di Lisbona. Questa donna, che non parla mai durante tutto il romanzo, è il suo messaggio nella bottiglia, il suo tentativo di far conoscere attraverso lei e attraverso tutti quelli che vorranno ascoltarlo che cosa sia stata davvero la guerra.

«Perché cavolo non se ne parla? Mi viene da pensare che il milione e cinquecentomila uomini che sono passati dall’Africa non sono mai esistiti, che le sto raccontando una specie di romanzo di cattivo gusto al quale non crede nessuno, una storia inventata» (p. 73).

Infatti se c’è qualcosa di peggio di una guerra, è il silenzio che apre la strada alle falsità, all’apologia del regime e a tutti coloro che in «conformità con una macabra moda che si sta espandendo in tutta Europa, tentano di “rivalutare” e “ridimensionare” gli orrori del fascismo»[1]. Nessuna guerra, nessun regime può cadere nell’oblio perché se «lasciassimo instaurare un tranquillo vuoto nella memoria collettiva, questo vuoto sarebbe a poco a poco […] colmato di menzogne».[2]

António Lobo Antunes, In culo al mondo, Einaudi, 1996, traduzione di Maria José de Lancastre.
Questo è il volume da cui ho tratto le citazioni, il libro è stato pubblicato anche da Feltrinelli il quale, oggettivamente, ha una copertina più bellina!


[1] [2] (cfr. A. Castahno «António Lobo Antunes, Os cus de Judas: memoria di una guerra assurda», p. 48).

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libri & sconfinamenti

  1. Martina

    Brava Stefy, voglio leggero!
    Bacio
    Marty

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  2. Seunanottedinvernounlettore

    Ho scoperto questo libro praticamente solo per la traduzione di Antonio Tabucchi e sua moglie… Mi ispira molto, devo leggerlo 🙂

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