Contro il portar la toga

Archivio Vaticano: autografo dagli atti del processo

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Questo poemetto di Galileo Galilei non è proprio sconosciuto, tuttavia sospetto che molti lo ignorino. Vi consiglio caldamente di leggerlo, non vi ruberà molto tempo e vi darà soddisfazione. Inoltre la lingua di Galileo Galilei è veramente alla portata di tutti.

Del resto non capisco perché non ce lo facciano leggere a scuola, il tempo speso sarebbe poco ma la resa enorme.

Se fate parte di quelle persone che sbuffando pensano “uff, Galilei che pizza” oppure “oh mi basta e mi avanza quello che ho fatto alle superiori”, vi chiedo solo un momento, solo una chance.

Fermatevi un attimo e facciamo un gioco: dimenticatevi l’immagine classica che abbiamo di Galilei e provate a sostituire quell’immagine con un vostro conoscente. Magari un vostro ex compagno di scuola, qualcuno con cui più che studiare uscivate la sera e con cui filosofavate del mondo e della vita, prima di perdervi nelle migliori battute da osteria e magari in colossali bevute. Fatto? Bene, ora siete pronti a leggere questo breve componimento, come se lo avesse scritto quel vostro amico in quell’osteria.

Il titolo dice già tutto: al governo Granducale che imponeva la toga ai professori anche al di fuori delle loro mansioni, Galileo Galilei non le manda a dire dietro. Tanto per iniziare, l’andare in giro vestiti, è per Galilei il sommo male dell’umanità già che la cosa migliore di tutte sarebbe starsene nudi:

Volgiti a quel felice tempo antico,
Privo d’ogni malizia e d’ogni inganno, …
Non occorreva andar per cognettura,
Perché la roba stava in su la mostra,
E si vendeva a peso e a misura.

Ma non solo, insiste. Le vesti indicavano, e tuttora indicano, il ceto e la forza economica di una persona, per cui Galileo Galilei rimpiange il tempo della felice età dell’oro in cui si stava nudi o vestiti di poco, perché in quella maniera non vi erano ingiustizie sociali e tutti erano davvero uguali, se mai lo siamo stati.

Tutti quanti eron uomini ordinari,
Eron tutti persone nostre pari,
E ciascun del compagno era parente;
Se non era parente, gli era amico;
Se non amico, al manco conoscente.

Avvicinandoci poi verso la conclusione del poema emerge il reale intento, ossia il suo disappunto nel dover per forza indossare la toga che lo accredita in ogni momento come professore. Questo a Galilei proprio non va giù soprattutto perché “è ch’io non posso fare i fatti mia”.

Onestamente la toga gli è d’impiccio sia socialmente nel frequentare i bordelli, sia fisicamente nel camminare o nel dover scappare dagli sbirri, per esempio. Senza contare che il dover andare in giro manifestando tutti i giorni il proprio status comporta anche un notevole dispendio economico che il povero Galilei non gradisce.

Alla fine, conclude Galilei, gli uomini son come i fiaschi di vino: più sono spartani e più il vino contenuto è buono, mentre gli altri, quelli da un aspetto più delicato, sono buoni solo per “pisciarci drento”.

Buon divertimento.

Galileo Galilei, Capitolo contro il portar la toga, progetto Liber Liber

http://www.liberliber.it/mediateca/libri/g/galilei/capitolo_contro_il_portar_la_toga/pdf/capito_p.pdf

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

Un Commento

  1. Fantastico! Proprio un bastian contrario in tutto, Galileo!

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