Il futuro a vapore

E. Degas, Ritratti in ufficio Una libreria che chiude è sempre una ferita per la città. Così come un cinema, un circolo, un qualsiasi luogo dove oltre al profitto ci s’incontra e le idee possono circolare in qualche modo. Così ieri pomeriggio, girellando per il centro, m’imbatto nell’ennesima libreria cittadina che chiude e svende tutto, con la netta sensazione che questo ultimamente accada troppo spesso, mi pare.

L’esercizio è proprio agli ultimi giorni e già gli scaffali della libreria sono stati portati via, i libri sono per terra o su dei tavolinetti di fortuna, accatastati in pile che in origine dovevano essere ordinate e suddivise per argomento, ma adesso, riuscire a trovare un filo logico in quel bailamme è un’impresa. Infatti, un ragazzo giapponese amante dei classici latini, non ce la fa: quel caos è troppo per lui e per il suo nipponico rigore, alza bandiera bianca e si rifugia al bancone, speranzoso che un PC e una libraia volenterosa gli vengano in soccorso.

Io invece, faccio fatica, ma da buona anima latina non mi perdo certo d’animo e decido di adottare la stessa tecnica di ricerca che uso quando entro in qualche vecchia libreria dell’usato ovvero: fatalmente lascio che i libri vengano a me.

Dopo aver passato dieci minuti buoni a cercare una fantomatica sezione di linguistica, dispersa in guerra, e dopo aver abbandonato mio marito in quello che un tempo doveva essere il seminterrato di “storia e antropologia”, decido di smettere di cercare e che sarà il libro giusto a venire da me. Se è vero che per ogni libro c’è un lettore, se è destino, uscirò da qui con un bel libro, possibilmente senza spendere un capitale.

Sulle prime vengo tentata da un’opera bellissima dove una poesia di Camões viene ampiamente spiegata e corredata da bellissime incisioni d’epoca, ma niente sento che oggi Camões non è il mio uomo; così come soppeso per un po’ un libro sulla storia di Firenze dalle origini al rinascimento ma anche qui non è amore a prima vista. Alla fine, eccolo: Il futuro a vapore: l’Ottocento in cui viviamo di Alessandro Zaccuri. Decido subito che deve essere mio.

Una volta tornata a casa e letto tutto d’un fiato (sono poco più di 60 pagine…) sono felice che anche questa volta la mia tecnica di ricerca fortemente rabdomantica non mi abbia deluso.

In questo testo l’autore si domanda come mai sia presente così tanto ottocento all’interno dei romanzi, dei film e delle produzioni artistiche in generale a partire dalla fine del novecento fino ai giorni nostri. E la risposta che ne dà è semplice: l’ottocento non è finito, esso perdura e le sue “invenzioni” artistiche continuano a lavorare al di sotto di tutte le nostre avanguardie.

Di primo acchito sembra una proposta piuttosto bizzarra: ora ti pare che noi, figli del novecento e proiettati verso il XXI secolo, siamo ancora in balìa dei miti e degli ingranaggi ottocenteschi? Eppure, man mano che leggevo il saggio, la cosa appariva sempre più plausibile: ci siamo dentro fino al collo, tra vampiri, romanzi storici e musical vari. L’autore sembra quasi suggerire che l’ottocento più che un periodo storico sia uno “stato d’animo” che ci accompagna, un luogo, un posto dove ci riconosciamo e ci sentiamo “a casa”. Molte delle fratture politiche e sociali che ancora oggi ci tediano sono nate allora, tanti miti e personaggi che affollavano l’arte di quegli anni ancora ci seducono. Diversamente non si spiega, come giustamente si domanda Zaccuri, perché non leggiamo Joyce o Gadda, ma compriamo volentieri i romanzi ottocenteschi in allegato ai nostri quotidiani; oppure perché siano sempre così in auge le mostre sugli Impressionisti.

Non credo che si tratti solo di un tipo di arte più fruibile dal pubblico, almeno non c’è solo questo. Personalmente penso che si potrebbe azzardare anche un aspetto in più: l’ottocento non ci abbandona perché, nonostante i tumulti, i miserabili e le guerre (che non furono mondiali, ma pur ci furono), conteneva ancora un certo anelito di speranza in un futuro che poteva essere migliore. Certo, tutto poi sarebbe morto nelle trincee della prima guerra mondiale, ma questo i nostri antenati ottocenteschi non potevano immaginarlo, questa disillusione è nostra, è novecentesca. Nostra è la sensazione che il futuro con molta probabilità potrebbe essere peggiore del presente, nostra è la paura del futuro. Da ciò consegue un legittimo voltarsi indietro: guardiamo al passato per la paura di quello che abbiamo davanti e contemporaneamente per essere confortati, per sentirci, almeno in un romanzo, “a casa”.

A. Zaccuri, Il futuro a vapore: l’Ottocento in cui viviamo, Ed. Medusa, Milano, 2004

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